Paolo Ricci Bitti
BLOG RUGBY SIDE di Paolo Ricci Bitti

Rugby, Cvd: quel bonus a nulla nel Torneo delle Sei Nazioni, bocciato il punteggio australe

La classifica finale con il punteggio australe del Sei Nazioni 2017: 1) Inghilterra p.19 (+65); 2) Irlanda p. 14 (+49); 3) Francia p.14 (+27); 4) Scozia p.14; 5) Galles p.10 (+16); 6) Italia p.0 (-151).
E ora la classifica senza il punteggio australe (come fino al 2016): 1) Inghilterra p.8; 2) Irlanda p.6; 3) Francia p.6; 4) Scozia p.6 ; 5) Galles p.4; 6) Italia p.0.
Sì, non cambia nulla. Nulla di nulla.

Di più: ecco anche la classifica senza il criterio della differenza punti fatti/subiti, introdotto nel 1993 (a 110 anni dalla nascita del Torneo) su richiesta dello sponsor che voleva maggiore visibilità grazie all’adozione di una coppa stile caffettiera Bialetti agghindata di nastri con il suo nome da sventolare davanti alle telecamere. Una coppa che richiedeva quindi di individuare un unico vincitore cancellando la tradizione delle posizioni ex aequo in classifica che distinguevano – in meglio, va da sé – il Torneo dalle altre competizioni sportive. 

Memorabile il 1973, quando tutte le cinque nazionali vinsero due partite ciascuna: tutte prime o tutte ultime? Ma che importava, il Torneo fu avvincente come sempre, gli stadi esauriti e il numero delle birre identico alle edizioni precedenti.

I riconoscimenti, i premi, più belli sono insomma quelli impalbabili, come la Gloria: mica si poteva alzare al cielo il Grand Slam o la Triplice corona. Bellissimo, meraviglioso, ma non per lo sponsor. E poi che indecenza, all’aspetto, questa coppa rispetto all’argentea e affascinante Calcutta Cup (riservata solo a Inghilterra e Scozia) e alla sua storia, per oltre 100 anni unico trofeo tangibile. Non meritano poi di essere citati per nome gli altri trofei metallici o lignei inventati di recente, un paio persino di ispirazione risorgimentale: non se li fila proprio nessuno.

Dunque: fino al 1992 la classifica sarebbe stata la seguente: 1) Inghilterra; 2) Irlanda, Francia e Scozia; 5) Galles; 6) Italia. Forse che questa graduatoria vale meno di quella ufficiale di adesso?

Ricapitolando, come volevasi dimostrare l’introduzione (sperimentale per due anni) del punteggio australe e dei bonus in un torneo così “corto” e atipico come il Sei Nazioni (confronti senza andata e ritorno) si è rivelata un totale fallimento, una “cagata pazzesca” direbbe qualcuno al termine del cineforum aziendale.

Un’assoluta inutilità, un avvilente tentativo di scimmiottare altre competizioni (Quattro Nazioni, Super Rugby) che hanno altri svolgimenti e che, soprattutto, non hanno un briciolo del fascino e della tradizione del Torneo più vecchio del mondo.

Dei 48 possibili punti di bonus sul piatto (compresi i tre ancora più artificiali del superbonus per chi avesse vinto tutti e cinque i match che potrebbe, con questa menata nel punteggio australe, arrivare dietro a chi ne vince solo quattro) ne sono stati raggranellati solo 11 (tra offensivi, per aver segnato almeno 4 mete, e difensivi, per avere perso di 7 o meno punti): se non li si considerasse, la classifica non cambierebbe di una virgola. E quanto tempo a stare lì a spiegare, a calcolare, a questionare su questo tema. Quante inutili complicazioni lontane dallo spirito del Torneo. Per noi italiani poi, ancora di più, anche se questa è un’altra – dolorosa – storia.

Oltre alla ferrea ininfluenza sulla classifica finale, sono in particolare due i momenti che hanno evidenziato l’annunciatissimo rigetto del trapianto del punteggio australe nel Sei Nazioni in cui i giocatori e le squadre non hanno certo bisogno di motivazioni supplementari.

Il primo è il tumultuoso finale di Inghilterra-Scozia: ricordate che l’Inghilterra stravinceva 54-21 quando ha continuato ad attaccare come una forsennata fino alla sirena? Per quale motivo caricare con tanta foga, per quale motivo impegnare energie e rischiare ossa e muscoli? Perché volere a tutti i costi segnare un’altra meta (come è poi accaduto)? Non certo per lucrare il punto di bonus offensivo già ampiamente in tasca. E’ che un’altra volta è emersa l’anima del Torneo che fa di ogni partita una finale, somma crescente – anno dopo anno – di sfide e rivalità trisecolari. La Scozia aveva fatto squillare le trombe e sventolato i drappi di tartan prima di calare a Twickenham con troppa sicumera e adesso gli inglesi, ancora una volta, che fosse un campo di battaglia o un prato del rugby, la ricacciavano al suo posto, laggiù, dietro al vallo di Adriano. Che poi va lodato anche il coraggio con cui gli scozzesi, pur annichiliti nel punteggio (in cui il bonus difensivo era eclissato da tempo) e nell’orgoglio, non hanno regalato nemmeno un pollice ai rivali che quell’ultima meta se la sono dovuta sudare anche più delle prime. Magnifico.

Il secondo momento è nel dopopartita di Irlanda-Inghilterra quando all’Aviva è dovuta per forza di cose, per forza di sponsor, andare in onda la cerimonia della premiazione dei vincitori del Torneo. Che di festeggiare non avevano alcuna voglia perché le avevano appena prese, e con gli interessi, dagli arcirivali irlandesi. Perdendo a Dublino gli inglesi di Eddie Jones hanno gettato alle ortiche il Grand Slam e il conseguente bis che ai bianchi non riesce dal 1993; la Triple Crown; il record di vittorie consecutive, che resta così spartito con gli All Blacks, e, infine, parecchie chance per numerosi giocatori di guadagnare in anticipo la maglia dei Lions in partenza per la Nuova Zelanda. Una marea – come si vede – di gloriosi riconoscimenti che neppure un camion di quelle coppe Bialetti potrà mai compensare.

Poi i giocatatori di adesso, pienamente cresciuti nel mondo dei professionisti, hanno meno pudore di quelli, ad esempio, del 2001, quando accadde la stessa combinazione (inglesi vincitori del Torneo, ma sconfitti nell’ultimo match a Dublino): Hartley e compagni hanno così partecipato alla carnevalata con lingue di fuoco e coriandoli argentei, ma poi hanno ammesso di sentirsi parecchio combattuti fra lo scorno pesantissimo di essere finiti ko con gli irlandesi e la necessità di celebrare la vittoria del torneo alzando la coppa davanti alle telecamere. “Un momento assai imbarazzante” ha riassunto il Times, rimarcando la particolarità di un torneo come il Sei Nazioni. Nel 2001, invece, Dawson e Johnson con facce da funerale presero in consegna quella Coppa senza avere alcuna voglia di sollevarla. Che c’era da celebrare se avevano ceduto all’Irlanda? Che farsene della vittoria del Torneo? E la Coppa restò miseramente a mezz’asta, all’altezza dello stomaco, insomma. La cerimonia di premiazione più luttuosa di sempre.

P.S. Ora è vero che la classifica finale serve anche per dividere la fenomenale torta dei proventi del Torneo e che tra un posto e l’altro ballano somme a 7 e 6 cifre, ma i partecipanti a questo privatissimo club hanno sempre trovato il modo (anche senza bonus e differenze punti fatti/subiti) di regolare i conti fra loro con la massima soddisfazioni di tutti.    Giovedì 30 Marzo 2017, 00:04
COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti
QUICKMAP