“Era mia figlia”, dovrebbe ricordare Maria a chi, negli ultimi due anni, si è divertito giocare a rimpiattino con il suo dolore, così da torturarla di dubbi e di speranze, lasciandole intravedere nella foto di una ragazza bruna, la sedicente Celeste Ruiz, l'immagine sviluppata in scala anagrafica della sua Angela, piuttosto che quella di qualche mitomane, con un difetto grave alla coscienza e al cuore.
“Era mia figlia”, dovrebbe ricordare Catello a quel trentenne messicano il quale, stando alle ultime notizie, per divertirsi con un suo nuovo e feroce videogioco, dal maggio del 2010 avrebbe scritto alla famiglia Celentano giurando “sono Angela”, la bimba sparita 17 anni sul monte Faito, salvo interrompere le comunicazioni un anno e mezzo dopo. “Era mia figlia”, dovrebbe ribadire Catello agli investigatori che insistono, “la pista messicana non si chiude”, senza però arrivare a nessuna conclusione.
Davvero “Celeste” non è che il nickname di un impostore? Davvero la foto vivisezionata mille volte da quei genitori, nella ricerca disperata di rivelazioni dalla sua morfologia, è solo un falso? E' solo l'ologramma di nessuno? E' un altro fantasma, come Angela? La sagoma di un mistero taroccato? Due anni e neppure una certezza. Due anni senza un esito investigativo congruo. Due anni di buchi nell'acqua, nell'era della leggenda CSI, delle indagini scientifiche raffinatissime, del Dna.
E poi due genitori che aspettano, senza accettare mai la resa. Ecco perché bisogna ricordarlo a tutti quanti, che Angela Celentano, per Catello e Maria, era una figlia. Che la disperazione per averla persa è ancora com'era diciassette anni fa. Che rimestargli dentro la speranza è come fargliela perdere ancora, e ancora, e ancora.