Riccardo De Palo
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Gillo Dorfles, 107 anni, ricorda: «I miei sogni da bambino nella libreria di Saba»

Gillo Dorfles, 107 anni compiuti lo scorso aprile, è stato testimone diretto di oltre un secolo di vita culturale, italiana e internazionale. E il suo ultimo libro, Paesaggi e personaggi (introdotto da Aldo Colonnetti, a cura di Enrico Rotelli, edizioni Bompiani), è una vera miniera di aneddoti e di ritratti fuminanti. Come quando a Trieste entrò in una libreria per comprare il Fedone di Platone e vi trovò il suo proprietario, Umberto Saba, che gli chiese: «Cos'ti vol picio?». Il critico e artista parla lentamente, un poco a fatica, nella sua casa milanese.

Professor Dorfles, che tipo era Saba?

«Comporre ritratti di personalità letterarie di primo piano come lui non è facile... però Saba era già in partenza un personaggio, perché aveva creato questa piccola libreria antiquaria che era una sua invenzione e di cui era molto fiero. Ricordo che andai con mia madre nella strada di San Nicolò, dove si trovava il suo famoso negozio, e rimasi esterrefatto. Ero un bambino, avrò avuto sette o otto anni, e vedere che aveva in vetrina il Fedone di Platone, era un qualcosa di meraviglioso. Saba era un fenomeno, per i miei occhi di bambino».

Lei scrive anche che Italo Svevo era conosciuto da pochissimi e che sua suocera considerava la sua passione letteraria una perdita di tempo.

«Ne ho infiniti di ricordi di lui, prima ancora che diventasse lo scrittore famoso che tutti conosciamo. Andavo nel salotto di colei che sarebbe diventata sua suocera; Olga Moravia aveva sposato Gioachino Veneziani, il quale possedeva una fabbrica di vernici nella quale lavorava il futuro scrittore. Andavo tutte le domenica in quella villa alla periferia di Trieste, a Servola, in questo grande ritrovo della borghesia triestina, dove capitavano un importante costruttore, un avvocato... A un certo punto arrivò anche Svevo, che poi sposò una figlia della Veneziani, Livia, una donna vivace e intelligente, ed entrò a far parte della famiglia».

In un'altra parte del libro, lei scrive anche che il ruolo della psicoanalisi nelle opere di Svevo è stata un po' sopravvalutata. Perché?

«Penso che in fondo la psicoanalisi gli sia servita come bandiera, come stendardo. Ma è stata considerata più importante di quanto non lo fosse veramente per lui, per la sua scrittura; non solo, arriverei a dire che ne La coscienza di Zeno di vera psicanalisi non ce n'è».

Di Moravia scrive che era un po' presuntuoso e di Vittorini che era molto affabile. Lei chi preferiva tra tutti?

«Certo il mio rapporto con i due era molto diverso, con Moravia ho avuto un rapporto più indiretto, mentre Vittorini a Milano l'ho frequentato spesso».

Lei scrive che a 18 anni era un intellettuale precoce, ma anche insopportabile: aveva letto tutto Proust e già si interessava alla pittura.

«Proust è stato il mio cavallo di battaglia, mi sono innamorato di questo autore quando avevo appena tredici anni e quindi ho digerito tutta la Recherche fin dai primi libri, che ho letto in francese: mi avevano fatto prendere delle lezioni da una famosa istitutrice, Ottilia Schucam, una engadinese. Aveva già insegnato le lingue a mia madre alle sue tre sorelle, che volevano spaziare il loro sguardo oltre l'italiano e il tedesco».

Il suo nome, appunto, è di origine germanica, lei è nato in quello che era l'impero austro-ungarico e i suoi autori preferiti erano Kafka e Joyce, quando in Italia erano quasi sconosciuti. Già allora precorreva i tempi?

«Non avrei conosciuto Joyce se un suo importante allievo non fosse stato direttore della scuola di inglese di Trieste, la Berlitz, dove lo scrittore aveva insegnato. Così ho potuto leggere l'Ulisse in originale, anticipando un poco i gusti dell'epoca».

Sua moglie Lalla era stata affidata alla tutela di Toscanini dopo la morte dei suoi genitori. Cosa rappresentava il Maestro per lei? Un riferimento intellettuale, un uomo di famiglia?

«Potrei parlare per ore di Toscanini. Difficile dividere i due aspetti, perché quando l'ho conosciuto eravamo quasi parenti, essendo lui il tutore di mia moglie. Dall'altro lato ho apprezzato il musicista per le opere che dirigeva, e che a dire il vero mi interessavano solo fino a un certo punto. Io già allora ero fanatico di Strauss o di Stravinskij, che certamente non erano sconosciuti, ma neppure idolatrati da Toscanini».

La sua apertura nei confronti dell'avanguardia non trovava corrispondenza?

«Direi senz'altro di no: la vera avanguardia, come Honegger o Schoenberg, la conosceva solo intellettualmente. Eppure era un uomo affascinante».

In politica lei ha veramente imparato tutto da Eugenio Colorni e Lelio Basso?

«Lelio Basso era mio coetaneo e quindi anche compagno di studi universitari, mentre Colorni era un caso diverso; era molto amico della famiglia dei miei cugini Tabet. Erano uomini di pensiero libero, antifascisti».

Come descriverebbe il ruolo del kitsch nell'arte moderna?

«La costante del kitsch è stata una scoperta fondamentale; il suo ruolo nell'influenzare l'arte del nostro tempo è stato, direi, di primo piano; mentre la moda che lo impone è un'altra cosa. Ci sarà sempre un atteggiamento mentale kitsch».

Un ricordo del grande mercante d'arte Leo Castelli, scopritore di Pollock e Rauschenberg?

«Ero un suo grande amico, avevamo la stessa età; ma nel mondo dell'arte la sua è stata una importanza indiretta. Non si può certo dire che abbia firmato un libro dei più prestigiosi, eppure, come intellettuale, ha influenzato la sua generazione. Fu certo importante anche il ruolo della moglie, Ileana Schapira Sonnabend. Ed era molto simpatico, veniva da una tipica famiglia triestina, ci frequentavamo con grande diletto».

Lei scrive del suo viaggio negli Stati Uniti del 1952, e ricorda l'appuntamento con un professore di colore, che l'aspettava fuori dall'hotel perché c'era la segregazione razziale. Fu uno choc per lei?

«Direi che è stato importantissimo perché ho toccato con mano cosa volesse dire, per un uomo di colore, avere limitazioni così evidenti. Ho conosciuto tante persone di colore, come l'amica, molto borghese ed evoluta, del mio caro amico, il disegnatore e scrittore Oscar De Meyo, marito di Alida Valli. Ma allora ho proprio capito cosa volesse dire a quel tempo essere un nero».

Lei ha conosciuto tanti grandi scrittori dell'America Latina, come Octavio Paz: gli chiese se i maya fossero daltonici, per quelle predominanti note di verde e di blu, che Goethe definiva colore del diavolo.

«Octavio paz era una figura eminente del Messico, un poeta di grande qualità».

E il suo incontro con Victoria Ocampo? Che ricordo ha di quando a Buenos Aires gravitavano scrittori come Cortázar e Borges?

«Rispetto al resto del Sud America, era una città molto evoluta, affascinante, una capitale veramente europea, con questa hinterland esotica Ci sono stato parecchie volte, anche perché avevo un cugino che si era trasferito lì e mi accoglievano con grande calore».

Una sua grande qualità è la curiosità per ogni campo dell'arte e della vita. È questo il segreto della longevità?

«La curiosità è una forma maniacale di attenzione rispetto a quello che ci circonda, al di là delle esigenze di ciascuno di noi e dei nostri ordinari rapporti umani». Sabato 23 Settembre 2017, 14:58
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