Luca Cifoni
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Ma da noi Pil e lavoro non fanno vincere le elezioni

L'economia italiana va meglio del previsto e il governo si accinge ad aggiornare le proprie previsioni di crescita del prodotto interno lordo, stimando con tutta probabilità un +1,5 per cento per il 2017. Contemporaneamente prosegue l'incremento del numero degli occupati, anche se questa tendenza favorevole risente del maggiore tasso di attività degli ultracinquantenni (a seguito delle riforme previdenziali) e di un forte ricorso ai contratti a termine. Si tratta certamente di buone notizie per tutti, che il Partito democratico spera però di poter usare a proprio vantaggio nella ormai vicina campagna elettorale. Si tratta di un'aspettativa realistica? Se guardiamo la questione da un punto di vista storico, probabilmente no.

Nell'anno 2000 l'Italia aveva toccato il livello massimo di crescita in tempi recenti, con un incremento del Pil del 3,7 per cento che di sicuro non rivedremo molto presto e che soprattutto era allineato alla media europea (il dato originario precedente alle revisioni era leggermente più basso ma comunque al di sopra del 3 per cento). Andava bene anche il mercato del lavoro, per effetto della stessa crescita economica e delle misure di liberalizzazione del cosiddetto "pacchetto Treu": tra il secondo trimestre del 1996 e lo stesso periodo del 2001 il numero degli occupati era cresciuto di oltre 1.100.000 unità. Tutti questi numeri però non ebbero grandi effetti ed anzi il leader dell'opposizione Berlusconi, che pure il milione di posti di lavoro lo aveva promesso in anni precedenti, riuscì a ritorcerli contro la maggioranza usando l'argomento, infondato ma di sicura presa, dell'occupazione gonfiata dai criteri di rilevazione dell'Istat: argomento che - guarda caso - viene usato sempre a sproposito anche di questi tempi. Alla fine, complici pure le divisioni del campo avversario, il centro-destra trionfò alle elezioni di maggio 2001.

La storia si è ripetuta in modo abbastanza simile nel 2008, in un quadro di ancora maggiore debolezza politica del centro-sinistra. L'anno precedente il Pil era cresciuto di un dignitoso 1,5 per cento, che seguiva un più rotondo +2 del 2006: valori comunque inferiori a quelli europei, come del resto accade anche oggi. Ma soprattutto nell'aprile 2008, proprio mentre gli italiani andavano a votare, il numero degli occupati aveva raggiunto il livello massimo di sempre a quota 23 milioni e 189 mila, con un incremento di oltre 400 mila rispetto a due anni prima; questo valore è stato avvicinato nel luglio scorso ma in un mercato del lavoro che contiene anche quasi 1,3 milioni di disoccupati in più. Chiaramente, all'epoca nessuno si aspettava che dopo quel picco positivo si sarebbe aperta la voragine di una recessione senza precedenti: ma i dati forse non furono percepiti o comunque non ebbero impatto sul voto, che fu un altro trionfo di Berlusconi.

La prudente conclusione che si può trarre è abbastanze semplice: in Italia l'effetto elettorale dei dati economici, in particolare relativi a Pil e lavoro, è quanto meno sopravvalutato. Specialmente se le cose vanno bene o almeno benino. Del resto gli stessi Stati Uniti, in cui negli anni Ottanta e Novanta sembrava vigere un legame ferreo tra numeri dell'economia ed esito del voto (sintetizzato dal celebre "It's the economy stupid" della campagna di Bill Clinton del 1992), hanno conosciuto clamorose eccezioni con le affermazioni presidenziali prima di Bush jr. e poi di Trump.
  Martedì 12 Settembre 2017, 12:34
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