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Titoli di coda |
di Piero Mei La parola "rischio" è quella che più ricorre nei titoli dei giornali e dei telegiornali. Alla parola "rischio" corrispondono 18.200.000 (diciotto milioni duecentomila in lettere) voci sulla rete, secondo un motore di ricerca. Che sono più di un settimo dei 123.200.000 (centoventitremilioni duecentomila in lettere) della parola vita e più di un terzo della parola morte che compare 52.800.000 volte (cinquantaduemilioni ottocentomila, in lettere): comunque troppe, anche se fosse un rischio soltanto. E sulla vita e sulla morte, poi, il rischio non può essere calcolato. Né la "fatalità" può consolare, questo è ovvio. Neanche, poi, il rischio può ritenersi nato all'improvviso, appena ieri, appena qualche mese fa, appena insediato un semplice Governo. Ce lo portiamo appresso da tempo, ci conviviamo quotidianamente e non ci pensiamo, rimosso finché l'evento non ci colpisca: è quello il momento nel quale ci accorgiamo del "rischio".
Leggere, e quindi sapere, che 15 mila scuole italiane sono "a rischio" è spaventoso. Mandiamo i nostri figli a scuola per imparare a vivere e c'è "il rischio" che imparino a morire. Mancano i controlli, si dice: la cultura del controllo in Italia è più latitante d'ogni altra cosa, d'ogni altra cultura che pure ne abbiamo tante, con la maiuscola o con la minuscola che siano; e talvolta, quando è attuata, i controllori e i controllati si mescolano: il miscuglio dell'irresponsabilità, intesa come "mancanza di responsabilità" alla fine della quale nessuno "paga", da sempre, non solo quando governa questo o quello, che qui pari sono.
Ammesso poi che ci sia la possibilità (che non c'è) di pagare il prezzo di una vita, specie se di un adolescente, un bel ragazzo di 17 anni che voleva imparare e poi soltanto vivere la sua vita. |