ROMA (22 novembre) - La morte ha l’odore pungente del fumo, che ancora si respira salendo le scale che portano a casa di Brenda. Gli agenti della Mobile e della scientifica sono tornati in via Due Ponti per un nuovo sopralluogo nella casa dove la trans brasiliana coinvolta nello scandalo Marrazzo, è morta asfissiata dal fumo dell’incendio che si è sviluppato dentro casa. La vita di Brenda, 32 anni, è racchiusa in questi sacchi di plastica che i poliziotti portano via uscendo dal monolocale. Vestiti, scarpe, boccette di tranquillanti, una confezione di ”Minias” vuota, e altri effetti personali. La Procura indaga per omicidio volontario: «Brenda è stata uccisa perché sapeva troppe cose», dicono i trans di via Due Ponti, ma gli inquirenti non escludono la pista dell’incidente domestico.
L’autopsia ha confermato che Wendell Mendes Paes (è il vero nome di Brenda), è morto asfissiato dal fumo dell’incendio che si è sviluppato nel monolocale e la tac ha confermato che non ci sono lesioni interne: i risultati degli esami tossicologici, istologici e l’alcol test chiariranno ancora meglio in che condizioni era Brenda nella sua ultima notte. Di sicuro aveva bevuto whisky e preso tranquillanti ed era tornata a casa verso le 2.30 di giovedì, l’incendio si è sviluppato dopo le 4 del mattino di venerdì scorso.
Ma in questi 20 metri quadrati di casa sono racchiusi ancora troppi misteri e mille dubbi. Brenda era la trans che ha frequentato Piero Marrazzo, e forse sapeva molto di più di quanto ha raccontato agli inquirenti. Il giorno che è stata trovata morta, i poliziotti hanno trovato il suo computer immerso nel lavandino, sotto l’acqua corrente. Un giallo nel giallo. Perché il pc sotto l’acqua? Lo ha fatto Brenda in un momento di follia e stordimento di alcol e pasticche, oppure è stato il presunto assassino? Forse nella memoria del portatile c’era qualcosa distruggere, magari il secondo video di cui Brenda aveva parlato, e poi smentito, sulle notti trasgressive di Piero Marrazzo? Ma l’acqua non basta a distruggere la memoria, e forse chi lo ha fatto non lo sapeva.
L’incendio è partito dal trolley accanto alla porta, ma ancora non si sa cosa lo ha scatenato. Il borsone è completamente carbonizzato e i vigili del fuoco non hanno trovato tracce di liquido infiammabile, nè un innesco, nè mozziconi di sigarette o resti di candele. Solo una bottiglia di whisky: «Ci vorrà qualche giorno - dicono gli inquirenti - per avere i primi risultati, il borsone è stato distrutto dalle fiamme e non è facile analizzarlo».
Il fuoco ha bruciato anche il materasso del letto, Brenda è stata trovata sul soppalco, nuda, avvolta in un lenzuolo. Le fiamme hanno distrutto anche dei fili elettrici collegati a una prolunga che si trovava sotto al letto. Il resto del monolocale è rimasto intatto, c’è solo il nero del fumo alle pareti.
Brenda stava per lasciare questa casa e via Due Ponti, era stata sfrattata, aveva venduto il pc ad un’amica ed erano pronte anche tre valige. E’ morta prima di potere cambiare aria.
L’ultima notte Brenda era con due amiche, sono tornate a casa verso le 2.30 dopo avere bevuto e acquistato il ”Minias”. Cosa è successo quando Brenda è rimasta da sola? Qualcun altro è entrato nel monolocale? Quando è scattato l’allarme per l’incendio, i vigili hanno trovato la porta di ferro chiusa a chiave dall’interno, le chiavi erano attaccate al muro. Nessun segno di effrazione, ma il presunto assassino poteva avere facilmente un doppione, le amiche dicono che Brenda dava le sue chiavi in giro e le prestava praticamente a chiunque.
L’ultimo punto oscuro: il telefonino scomparso. L’8 novembre scorso Brenda è stata rapinata da una banda di romeni che le hanno preso solo il cellulare. Gli agenti della Mobile, guidati dal capo Vittorio Rizzi, hanno trovato in casa di Brenda un cellulare acceso e con la scheda. Ma le amiche sostengono che Brenda aveva l’abitudine di avere due cellulari e che dopo la rapina ne aveva comprato un altro, mancherebbe quindi un altro telefonino. Che fine ha fatto?
«Voglio sapere la verità sulla morte di mio figlio», ha detto la madre di Brenda, «lo avevo sentito al telefono appena qualche giorno fa, e poi ho saputo che è morto. Sono disperata e confusa», la donna vive in un villaggio dell’Amazzonia e sta per arrivare a Roma, ha scelto come legali Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, gli stessi che assistono Rudy Guede nel processo per l’omicidio di Meredith Kercher: «Abbiamo accettato di patrocinare la mamma di Brenda - dicono - proprio perché abbiamo raccolto il grido di dolore di una donna che vuole la verità. Domani saremo in Procura a Roma».