ROMA (27 ottobre) - C’è Rutelli sulla torre che sfoglia la margherita, quella con la “m” minuscola, «resto o vado con Casini», ma che rifiuta di farsi spingere di sotto, cadendo lontano dal Pd.
Il viatico è già pronto, e porta la firma di Romano Prodi: «Se qualcuno se ne va non succede niente, ma globalmente il partito resterà unito perché le primarie sono un grande segno di democrazia. È questa l’innovazione delle primarie: non aver paura di fare esprimere la gente».
Ci sono gli ex popolari che ingoiano la sconfitta di Franceschini e si interrogano sugli errori con i senni di prima e di poi. Ci sono i veltroniani che inseguono la sfida della minoranza interna, per non darla vinta mai a D’Alema, e tentano di condizionare una scelta minoritaria di Dario. Ci sono dunque mal di pancia, mugugni, recriminazioni, sogni infranti ma per chi mastica la Politica l’orizzonte appare necessariamente uno e uno solo: una bella, sana “gestione unitaria” che serva a serrare i ranghi, a rinforzare il partito comunque supportato da 3 milioni di volenterosi ai seggi, con una prospettiva elettorale assai ravvicinata: la campagna per le regionali di marzo comincerà assai presto, ci sarà solo il tempo di sistemare la periferia, i segretari regionali, oliare la macchina che dovrà portare Bersani alla sua prima sfida elettorale.
I giochi in periferia non sono ancora fatti. Lo spoglio delle primarie è cosa lunga, si prospettano alcuni ballottaggi in Sicilia, Lazio, Veneto, Basilicata e forse anche la Puglia. Escono, velenose, indiscrezioni sui primi fallimenti tutte da verificare come la lista «Semplicemente democratici», che faceva capo a Debora Serracchiani, Sergio Cofferati, Rosa Borsellino e David Sassoli, che rischierebbe di non entrare nell’assemblea nazionale.
Ora di Franceschini si dice abbia perso anche perché di quei tre milioni più di due erano gente matura e anziana, dunque molto più rassicurata dalla figura di Bersani che non dal giovane Dario, che prometteva rinnovamento generazionale, un vice nero, calzini turchesi e trovate mediatiche un po’ scapigliate.
Franco Marini lo dice chiaro, e lo pensava: «Bersani è stato più sui problemi veri che interessano il Paese, ha incentrato la sua campagna su temi che interessano alla gente e forse è proprio questa la causa del suo prevalere». Lui, Fioroni, tutti i big sono in movimento per giocare anche in proprio e prendere posizione in vista della gestione unitaria.
Nessuno crede che Rutelli farà il salto, è troppo presto, anche se, come spiega Vernetti, “il rischio di un Pd chiuso nella nicchia a sinistra” è un problema politico vero. Ma a fianco a Rutelli sono rimasti in pochi, forse solo l’onorevole Donato Mosella e il senatore Luigi Lusi, e il leader gioca un match solitario.
Ieri s’è ritrovato “sposato” con Casini «ma non subito e non solo» nelle anticipazioni datate del libro di Vespa ed ha reagito facendo uscire una smentita anonima: il tema è serio e «non può essere liquidato con i giochini che servono a Vespa per lanciare i suoi libri». Replica del giornalista: «Si tratta di un testo rivisto, meditato e concordato».
Nessuno crede che oggi a Milano, presentando il suo libro, Rutelli abbia interesse a scoprire le ultime carte. Ma che sia con la mente lontano dal Pd è vero. Dice Bersani, inclusivo: «Non credo che qualcuno voglia sottrarsi a questa sfida affascinante», cioé del nuovo partito. Altro problema è che c’è una corrispondenza matematica tra gli iscritti e il popolo delle primarie, le percentuali tra bersaniani e franceschiniani sono le stesse, e dunque la platea risulta essere la stessa, non s’è allargata. Dov’è il popolo se sezioni e primarie coincidono? Resta da capire che strada sceglierà ora Franceschini. Ma uno che ha fatto il segretario e che ha già inneggiato all’unità interna potrebbe mai smarcarsi?