ROMA (27 ottobre) - Il denaro era appoggiato su un tavolino dell’appartamento, cinquemila euro in banconote di piccolo taglio tutte ordinate in mazzette. Tanto che se il gip Sante Spinaci, nella sua ordinanza di custodia cautelare, non avesse definito la cifra come pattuita per la «prestazione concordata», sarebbero sembrati soldi pagati per ricatti, mazzette o chissà che altro. Invece è quanto il presidente della Regione Lazio, Piero Marrazzo, avrebbe pattuito con Natalie, il trans del filmato “incrimato”, con il quale era solito vedersi un paio di volte a settimana. Una cifra certo molto alta per un incontro mercenario, con una persona solita prostituirsi a cento euro per volta. I soldi, però, non sono finiti nelle tasche del trans, perché è lei stessa a lamentarsi del fatto che i quattro carabinieri, arrestati per il tentativo di ricatto, li avrebbero presi e portati via.
Secondo la ricostruzione del giudice, l’arrivo dei militari, ora in carcere, nell’appartamento di via Gradoli è stato vissuto come un vero trauma dal Governatore. Si è visto perso e ha tentato il tutto per tutto. Mentre quelli lo minacciavano, lui chiedeva: «per favore non fate nulla e vi ricompenserò». Nelle dichiarazioni spontanee rese da tre dei militari indagati - si legge ancora nell’ordinanza - viene descritta l’irruzione fatta nell’appartamento sulla Cassia. «Era presente un uomo in parte svestito - scrive il gip - che avevano subito riconosciuto come il presidente Marrazzo, il quale li aveva pregati di non fare nulla per non comprometterlo in considerazione della sua posizione e che li avrebbe ricompensati. Aveva quindi fornito la sua utenza cellulare, prima che loro si allontanassero».
I dettagli dell’“affaire” si delineano più chiaramente nelle otto pagine di ordinanza. Contengono le dichiarazioni che i quattro carabinieri hanno reso durante l’interrogatorio di garanzia, i presupposti sui quali basano la loro difesa. «Gli indagati Tagliente, Simeone e Testini - continua il provvedimento - hanno affermato di aver ricevuto verso fine luglio da un loro confidente (ora morto ndr), gravitante nel mondo dei transessuali, tale Gianguarino Cafasso, un filmato su cd nel quale appunto era ripreso il presidente in compagnia di un trans in atteggiamenti ambigui e nel quale veniva ripresa della polvere bianca. I tre hanno confermato che il video in loro possesso si riferiva all’episodio del loro accesso nell’appartamento, in occasione del quale era presente Cafasso che, a loro insaputa, avrebbe filmato le immagini dell’intervento, che avevano gettato la droga nel water prima di uscire e che avevano informato nella stessa giornata Testini della vicenda».
Ieri gli avvocati difensori hanno presentato istanza di scarcerazione al Tribunale del riesame, anche se, intanto, l’indagine va avanti. E ieri il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo ha incontrato, per almeno due ore, i vertici del Ros per fare il punto sull’inchiesta che appare tutt’altro che conclusa. Anzi potrebbe allargarsi: i pm stanno esaminando la posizione di Max Scarfone, il fotografo che immortalò l’auto di Silvio Sircana l’ex portavoce di Romano Prodi, e che è stato mediatore del tentativo di vendita del video “incriminato”. Scarfone, per ora teste della procura, potrebbe rispondere del reato di ricettazione.
I tanti transessuali ascoltati in questi giorni dai carabinieri avrebbero poi fornito uno scenario che, se vero, potrebbe far tremare qualche altro personaggio in vista. Foto e video che circolerebbero in più copie. Ieri, l’indiscrezione parlava di altre 12 persone ricattate. Per i pm, almeno per ora, sono solo dichiarazioni senza riscontro. Sebbene trapeli l’ipotesi che altri politici (forse due) potrebbero essere stati vittime di estorsioni.
Nell’ordinanza si parla anche della telefonata giunta all’utenza della segreteria di Marrazzo e fatta da una persona che si era qualificata come un carabiniere. Il gip, infine, nel confermare la custodia in carcere spiega che «dalle risultanze di indagine emerge un quadro indiziario di assoluta gravità nei confronti degli indagati, in particolare in relazione alle condotte poste in essere per la realizzazione di un piano preordinato e per l’acquisizione di profitti illeciti».