ROMA (18 febbraio) - Arrestato per furto, ri-arrestato per ricettazione, fermato per droga e poi espulso, pensando “pazza idea” di risolvere il problema alla radice. Il fascicolo di Loyos Isztoika, vent’anni a maggio, uno dei romeni sospettati per lo stupro della Caffarella, è un illuminante resoconto su quello che un fuorilegge straniero può permettersi in Italia e su come l’Italia si attrezzi a rispondergli per le rime. Che il giovanotto non fosse un cherubino, l’aveva certificato l’ex Prefetto di Roma, Carlo Mosca, il quale alcuni mesi fa lo colpì con un “Decreto di allontanamento dal territorio nazionale”. Isztoika ovviamente non se ne curò per nulla e continuò a scorrazzare tranquillo per il Paese. Ma siccome alcune cose ancora funzionano, la polizia lo fermò a Bologna e lo portò davanti a un giudice del Tribunale, decisa a ottenere il cosiddetto “accompagnamento coatto al confine”. Il magistrato che esaminò il caso, però, definì infondata le decisione del Prefetto e stabilì che il ragazzo che poteva andare, libero come l’aria, in nome dello Stato di Diritto.
La storia di Isztoika, un “biondino” dagli occhi chiari, di qui in avanti era la fine del 2008 diventa un susseguirsi di eventi che se non confinassero con il tragico sarebbero nel grottesco. Il romeno, erano i primi dell’anno, rientra a Roma. Continua a fare probabilmente ciò che faceva prima. La sera del 21 gennaio un’italiana viene violentata da due romeni nella zona del Quartaccio vicino Primavalle nella periferia ovest. Gli investigatori ritengono che il giovane immigrato, un “figlio” di Iasi, ai confini con la Moldavia, una delle aree più depresse della Romania, abbia avuto un ruolo di primo piano nell’aggressione. Ma gli agenti la sera del 24 gennaio, tre giorni dopo lo stupro del Quartaccio, poco più di un mese prima di quello alla Caffarella, evidentemente non lo sanno ancora.
Quella notte il ragazzo dagli occhi blu viene fermato da una volante a Primavalle durante un controllo. Gli ordini dalla Questura, in una città sempre più in collera per le continue violenze, sono perentori: verificare tutto e tutti. Isztoika, che bazzica un campo nomadi nella zona, non è uno sconosciuto. Gli agenti sospettano che si arrangi spacciando droga. Lo trovano senza documenti, lo portano al commissariato. Non ci vuole molto a verificare che sul suo conto c’è anche altro. La polizia si accorge che è nell’elenco delle persone che espulse dalla Prefettura di Roma. «Forse pensano i poliziotti stavolta lo “freghiamo”». Chi, espulso, non se ne va da solo, viene condotto fuori dal confine a forza.
Così la mattina successiva il romeno viene portato all’Ufficio Immigrazione della Questura diretto da Maurizio Improta. Gli agenti che lo accompagnano assaporano un successo: l’epilogo, sofferto, di una delle tante battaglie tra stranieri irregolari e burocrazia. Sanno che Isztoika, rientrando in Italia, rischierebbe grosso e che anche lui conosce le norme: arresto e carcere fino a cinque anni. Ma Italia delle meraviglie c’è la sentenza del giudice di Bologna e qui tutto si complica.
Il ragazzo sa il fatto suo. Fa presente che un magistrato, non uno qualunque, lo ha rimesso in libertà con “tante scuse”. La polizia verifica. Tutto vero: un giudice emiliano ha giudicato «privo di presupposti» il provvedimento del Prefetto. Isztoika viene, come si dice, fotosegnalato. Gli prendono le impronte. Ma alla fine non resta che rilasciarlo: è la Legge, niente da fare. Il giovanotto se ne torna a Primavalle in una baracca in mezzo ad altre cinque rifugio di zingari, sbandati e romeni senza arte né parte. Cosa abbia fatto da quel giorno, lo sa solo lui. Con tanti ringraziamenti all’indulgenza dello Stato.