ROMA (23 marzo) - «Nel mio paese mi chiamano l’Imperatore ma non ho mai chiesto a nessuno di uccidersi per un mio film! Mi considero piuttosto uno schiavo, lo schiavo del cinema. Certo nel miomestiere sono molto esigente, ma Mizoguchi lo era più di me; e poi quale buon artigiano non lo è?».
Così Akira Kurosawa in un’intervista citata da Aldo Tassone nella sua informatissima monografia sul grande giapponese che le edizioni il Castoro non smettono di ristampare. Buon segno: a differenza di tanti altri titani del cinema, la popolarità del regista di Rashomon e I sette samurai evidentemente è sempre alta. Eppure oggi che Kurosawa compirebbe cent’anni ci si chiede quanti conoscano la sua opera al di là dei film più famosi. Ma soprattutto viene da domandarsi chi potrebbe mai essere proclamato “Imperatore” di un’arte sempre più frazionata, divisa, problematica.
Dov’è oggi una figura capace di unire Oriente e Occidente, arte e spettacolo, vecchi e giovani, azione e tumulto interiore? Morti Kubrick, Bergman, Altman, Antonioni, Fellini, pochi (Scorsese? Clint Eastwood?) hanno quel mix di carisma e popolarità che giustificherebbe il titolo. E non è facile nostalgia, è che il cinema ha cambiato statuto. L’universalismo della settima arte in fondo appartiene al Novecento. Non a caso lo stesso Kurosawa citava fra i 100 migliori film di tutti i tempi anche Il mio vicino Totoro del compatriota Miyazaki. Come se oggi solo la grande animazione (pensiamo anche a Wall-E) potesse ritrovare la forza e la misura di un tempo...
Naturalmente stiamo estremizzando, anche perché Kurosawa fu tutto meno che un “classico” imbalsamato nel culto di sé. Discendente da un’antica schiatta di samurai, segnato nell’adolescenza da un fratello coltissimo che lo iniziò alla letteratura russa, ai bassifondi di Tokyo e all’arte del benshi (il narratore che nel cinema muto giapponese dava voce ai personaggi rivaleggiando con i divi dell’epoca in fama e potere), il regista di Rashomon fu per tutta la vita un instancabile sperimentatore.
Oggi guardando a Kurosawa vediamo soprattutto l’influenza occidentale, gli adattamenti da Shakespeare, Dostoevskij, Gorkij, Ed McBain, la fedeltà al suo divo Toshiro Mifune, con cui fece ben 18 film (altro anniversario: Mifune era nato il 1 aprile del 1920), l’incredibile successo che lo consacrò in Occidente, a differenza di altri grandi più “esotici” come Ozu, Mizoguchi o Naruse.
Ma dietro tutto questo c’era un’incredibile capacità di rinascere dalle proprie ceneri. Dopo il fiasco del bellissimo e impervio Dodes’ka-den, nel 1970, tentò addirittura il suicidio e tornò in sella solo grazie al sostegno di illustri colleghi come Coppola, Spielberg, Lucas, Scorsese. Era anche un risarcimento: l’Occidente aveva saccheggiato il suo cinema (La sfida del samurai e poi I sette samurai, “rifatti” in chiave western da Leone in Per un pugno di dollari e da Sturges nei Magnifici sette) e ora lo ripagava. L’Imperatore, che era insieme un samurai, un sognatore e un umanista, li ripagò con una straordinaria fioritura di capolavori tardivi.
Da Dersu Uzala (coprodotto dai sovietici), a Kagemusha e Ran, fino agli estremi e magnifici Sogni, Rapsodia d’agosto, Madadayo. Alcuni di questi titoli, con altri meno noti come Cane randagio, gemma del 1949, e Vivere, 1952, sono in programma da oggi a giovedì 25 al Farnese. Approfittatene, anche se molti sono in dvd. L’Imperatore sarebbe stato il primo a essere felice di questa rinascita digitale.