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Sclerosi multipla, una strada italiana

C’era una volta «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati….” » e lì mi fermo. Si sa che da noi gli uomini di scienza sono stati spesso osteggiati se non perseguitati, alla faccia del faro di civiltà che dovremmo costituire per il mondo. In tempi recenti, quanto meno, è caduta un po' in disuso l'usanza di destinarli al rogo o costringerli all’abiura, preferendo l'opzione di una meno clamorosa “fuga di cervelli” verso paesi, magari meno “geniali”, però più attrezzati politicamente, economicamente e socialmente a sostenere gli oneri e gli onori del progresso scientifico.

Niente di nuovo, si potrebbe dire, se non fosse che oltre ai cervelli anche le idee, condannate ad immalinconirsi sterilmente in casa nostra, prendono il volo verso paesi più sensibili a convertire la sperimentazione in prassi operativa. E’ notizia recente che un’equipe di ricercatori capeggiati dal prof. Paolo Zamboni dell’Università di Ferrara e coadiuvati dal dott. Fabrizio Salvi del Bellaria di Bologna ha avviato la sperimentazione su una possibile cura di un terribile male dei nostri tempi: la sclerosi multipla.

Rimanendo in termini epici, sarebbe il classico uovo di Colombo: ampliando lo spettro attuale della ricerca, tali ricercatori avrebbero osservato che un'altissima percentuale dei malati soffrirebbe di “insufficienza venosa cronica cerebrospinale” (sigla inglese CCSVI). In due parole (ma consigliamo gli interessati a documentarsi ulteriormente), la Ccsvi si può diagnosticare con un ecodoppler speciale, e si può efficacemente curare con un piccolo trattamento endovascolare da fare in day hospital, cioè senza ricovero, bisturi e anestesia generale. Se non una guarigione totale, da un male per molti aspetti ancora misterioso, la prospettiva per molti pazienti, costretti magari sulle stampelle o in carrozzina, sarebbe migliorare sensibilmente le proprie condizioni di vita.

Roba da Nobel, no? No, o almeno non in Italia. Costretti all’angolo dalle pastoie ministeriali e dall’assoluta disorganizzazione della macchina sanitaria nazionale, assediati da migliaia di pazienti in lista d’attesa, i nostri ricercatori debbono affidare le loro intuizioni ai più fortunati colleghi d’Oltreconfine, del Canada, di Buffalo, perfino di Varsavia, per sperare nello sviluppo e nella diffusione delle loro scoperte. Ergo: o armarsi di santa pazienza in attesa di una chiamata, o munirsi di passaporto, interprete e sostanzioso mucchietto di euro per tentare l'avventura all'estero.

Certo se non fossimo lo Strapaese delle occasioni mancate che siamo, ma se fossimo un Paese civile capace di gestire le enormi risorse intellettauli che possediamo, potremmo fregiarci di un alloro scientifico straordinario oltre che di un merito umanitario senza prezzo. “E pensa come ce resterebbero a Buffalo…” direbbe l’indimenticato Nino Manfredi.

Francesco Jamonte

(14 gennaio 2010)

Giovedì 14 Gennaio 2010 - 20:46
Ultimo aggiornamento: -
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