ROMA (1 dicembre) - La parlamentare pugliese del Pdl, Elvira Savino, di 32 anni, è indagata dalla procura antimafia di Bari nell'ambito dell'operazione che stamani ha smantellato il clan mafioso Parisi e ha sequestrato il patrimonio dell'organizzazione criminale stimato in 220 milioni di euro.
La parlamentare, originaria di Castellana Grotte (Bari), è indagata per aver agevolato l'attività di riciclaggio del denaro proveniente dalla bancarotta della società "New Memotech srl" per la quale l'imprenditore barese Michele Labellarte (ritenuto il riciclatore della mala, poi deceduto) era stato condannato per bancarotta fraudolenta.
Secondo l'accusa, Savino ha agevolato l'attività illecita consentendo la fittizia intestazione di un conto corrente bancario. In cambio avrebbe ottenuto - sempre secondo l'accusa - «numerosi favori e regalie»: la concessione di una carta di credito collegata alla promozione di un vettore aereo con addebito sul conto di Labellarte (giugno 2007); il cambio di un assegno di 3.000 euro datole dal fratello Gianni (ottobre 2007); tre aiuti finanziari per complessivi 3.500 euro (nel 2008); il pagamento di un biglietto aereo Roma-Bari nel 2008; due ricariche telefoniche (nel 2008).
Doppia operazione contro la mafia all'alba di oggi, tra Bari e Bagheria. Ottantatre arresti, disposti dalla DDA di Bari sono stati eseguiti a carico di affiliati ad una cosca mafiosa pugliese responsabili principalmente di associazione a delinquere di stampo mafioso, tentato omicidio, usura, riciclaggio, turbativa d'asta, e traffico internazionale di droga. Tra i destinatari delle misure anche alcuni «colletti bianchi» e il capoclan barese Savinuccio Parisi, assieme a suoi luogotenenti e gregari, e il boss Antonio Di Cosola, egemone dell'omonimo clan contrapposto agli Strisciuglio.
L'operazione ha portato al sequestro di beni per un valore di 220 milioni di euro. La misura riguarda aziende, terreni, conti correnti, autovetture di grossa cilindrata, immobili, cavalli da corsa e scuderie. Il sequestro è stato disposto in base alla legislazione antimafia.
Tra i beni anche una società londinese di bookmaker dedita alle scommesse clandestine on line su eventi sportivi. La società è la 'Paradisebet limited' di Londra che - secondo l'accusa - dal febbraio 2001 ad oggi ha fatturato milioni di sterline raccogliendo scommesse (come pubblicizzato dalla stessa società nel sito web) in molti Stati, tra cui Cina, Australia, Stati Uniti, fino ai Paesi dell'Europa dell'Est e in Italia. Nel nostro Paese - secondo la procura antimafia - la società, costituita da affiliati al clan Parisi, raccoglie da anni scommesse su primari eventi sportivi, primi tra tutti calcio, tennis, Formula uno, motomondiale, sci alpino, basket, rugby e football americano. La Paradisebet era già stata al centro di indagini della Dda di Bari conclusesi nel novembre 2007 con una imputazione nei confronti di nove indagati accusati di aver costituito e preso parte a un'associazione per delinquere finalizzata all'esercizio delle scommesse clandestine in Italia.
Coinvolti anche amministratori di alcuni Comuni del barese e professionisti. I primi sono indiziati di aver rilasciato autorizzazioni amministrative per favorire l'attività imprenditoriale apparentemente lecita del clan Parisi, gli altri di aver offerto la propria consulenza per favorire gli affari illeciti del boss.
Parisi, tornato il libertà da qualche tempo dopo aver scontato in carcere una pena definitiva, è ritenuto da anni dagli inquirenti il capo carismatico di una frangia della mafia barese attiva soprattutto nel rione Japigia di Bari che nei primi anni Novanta era il market della droga. Nell'indagine del nucleo di pt della Guardia di finanza di Bari sono coinvolti anche amministratori d alcuni Comuni del barese e professionisti. I primi sono indiziati di aver rilasciato autorizzazioni amministrative per favorire l'attività imprenditoriale apparentemente lecita del clan Parisi, gli altri di aver offerto la propria consulenza per favorire gli affari illeciti del boss.
A Bagheria arresti nel clan Provenzano. Undici 11 presunti affiliati alla famiglia mafiosa di Bagheria sono stati arrestati nell'ambito di un'operazione congiunta condotta dai carabinieri del reparto operativo del Comando provinciale di Palermo e da agenti della Squadra Mobile della Questura. I provvedimenti restrittivi, che colpiscono esponenti di Cosa Nostra riconducibili alla rete di favoreggiatori del boss Bernardo Provenzano, sono stati firmati dal gip Piergiorgio Morosini, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.
Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, di reati che vanno dall'associazione mafiosa finalizzata alle estorsioni, alla detenzione di armi, all'intestazione fittizia di beni. L'operazione è stata denominata in codice Crash, dal nome di un'officina per la demolizione delle auto dalla quale scaturirono le indagini condotte tra il 2005 e il 2006 dalla Squadra Mobile e dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri con l'obiettivo di invididuare il circuito di fiancheggiatori che coprivano la latitanza del capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano.
Il personaggio di maggiore spicco coinvolto nell'inchiesta è Simone Castello, 60 anni, di Villabate (Palermo), già condannato per associazione mafiosa e sottoposto a misure di prevenzione, che è stato arrestato in Spagna a Murcia, nei pressi di Madrid, dalla Guardia Civil in collaborazione con i carabinieri del Comando Provinciale di Palermo. Nelle penisola iberica, dove si era trasferito, Castello gestiva una società di import-export di frutta e ortaggi, del valore approssimativo di 2 milioni e mezzo di euro, che è stata sottoposta a sequestro preventivo.
Il giallo delle armi. C'è un giallo nell'operazione Crash, sfociata nell'arresto di 11 presunti fiancheggiatori del boss Bernardo Provenzano, che riguarda un arsenale che gli investigatori non sono riusciti a trovare. «Nel corso di alcune conversazioni intercettate - spiega Maurizio Calvino, capo della squadra mobile di Palermo - gli indagati discutevano di armi custodite e da trasportare. Armi che non siamo riusciti a trovare. Le indagini proseguono per scoprire altre eventuali responsabilità».
«Le indagini proseguono per stabilire se il clan di Bagheria - aggiunge il colonnello Paolo Piccinelli, comandante del reparto territoriale dei carabinieri di Palermo - abbia avviato dei canali con la Spagna per dare vita a traffici illeciti. La presenza di Simone Castello in terra iberica potrebbe non essere stata casuale». Della rete di fiancheggiatori parla anche Ignazio De Francisci, procuratore aggiunto di Palermo: «è difficile stabilire se la rete sia stata smantellata del tutto, è certo però che gli è stato inferto un duro colpo visto lo spessore degli indagati».