ROMA (25 novembre) - I pm di Milano Alfredo Robledo e Francesco Cajani hanno chiesto la condanna a pene comprese tra 6 mesi e un anno di reclusione, per quattro dirigenti ed ex dirigenti di Google accusati di concorso in diffamazione e violazione della privacy in relazione a un video caricato su Google Video nel 2006 in cui un minore disabile veniva insultato e vessato dai compagni di scuola di un istituto tecnico torinese.
Si tratta del primo processo a carico di dirigenti del più famoso motore di ricerca al mondo, relativo alla pubblicazione di contenuti sul web. I pm hanno chiesto la condanna a un anno di reclusione per David Carl Drummond, ex presidente del cda di Google Italy e ora senior vice presidente, per George De Los Reyes, ex membro del cda di Google Italy e ora in pensione, e per Peter Fleitcher, responsabile delle strategie per la privacy per l'Europa di Google Inc. Per Arvind Desikan, responsabile del progetto Google Video per l'Europa, invece, l'accusa ha chiesto una condanna a sei mesi di reclusione.
Il video, in cui si vedeva un minore portatore di handicap insultato e deriso dai compagni di una scuola torinese, venne girato a fine maggio 2006 e caricato su Google Video l'8 settembre 2006, dove rimase on line fino al 7 novembre. Il filmato era inserito nella categoria "Video più divertenti" ed era arrivato al 29° posto dei video più cliccati, con 5.500 contatti. Nelle scorse udienze del processo, che si svolge con il rito abbreviato e a porte chiuse come richiesto dalla difesa degli imputati, i legali del ragazzino avevano ritirato la querela nei confronti degli imputati. Sono invece presenti come parti civili nel processo l'associazione "Vividown", che veniva insultata nel video, e il Comune di Milano, che può costituirsi in base alla legge istitutiva del difensore civico nei procedimenti in cui sono vittime persone disabili.
I pm: diritti non calpestabili. «La tutela dei diritti fondamentali non può essere calpestata sulla base soltanto del diritto d'impresa. Non si tratta di un problema di libertà, ma di responsabilità» hanno sostenuto i pm di Milano Alfredo Robledo e Francesco Cajani nel corso della loro requisitoria. Secondo i pm, Google avrebbe avuto il dovere di «lanciare un sevizio responsabile, che non può calpestare i diritti fondamentali». Google, secondo i pm, ha infatti tutto il diritto di fare impresa e di guadagnare, ma deve farlo in modo responsabile.
«I filtri Google li mette solo se vi è spazio di guadagno»: è uno dei passaggi della requisitoria del procuratore aggiunto di Milano, Alfredo Robledo, e del pm Francesco Cajani. I magistrati, articolando le loro richieste, hanno anche parlato del fatto che Google «ha accettato di aprire un motore di ricerca censurato in Cina. Che è un pò come dire che si è contrari alla pena di morte, ma sul taglio della mano è invece possibile accordarsi. I filtri Google li mette solo se vi è spazio di guadagno. I controlli da parte di Google sul video al centro di questo processo potevano essere ragionevolmente e responsabilmente fatti. Il tema del processo non è nella libertà della rete, ma se esiste o meno una zona franca di non applicabilità della normativa a protezione dei dati personali».
Il Comune di Milano chiede 300mila euro. Il Comune di Milano, parte civile nel processo, ha chiesto un risarcimento di 300mila euro: 150mila per danni patrimoniali e 150mila per danni morali. L'associazione "Vividown', che nel video viene insultata, si rimette invece alla valutazione del giudice della IV sezione penale Oscar Magi per quanto riguarda l'entità dell'eventuale risarcimento. La prossima udienza, dedicata alle difese degli imputati, è fissata per il 16 dicembre, mentre la sentenza è prevista per gennaio in data da definirsi.
«L'azione di Google è pienamente legittima - hanno sostenuto i legali di Google - Nella pur articolata requisitoria sono stati trattati temi strettamente giuridici che rendono l'azione di Google legittima in confronto al diritto italiano». Per i legali di Google quella fatta dalla Procura di Milano «è stata una analisi parziale dei fatti», soprattutto per quanto riguarda l'analisi «di quanto accaduto dopo i fatti contestati e che quindi non hanno nulla a che vedere con i capi di imputazione». Di coseguenza, hanno proseguito gli avvocati della difesa, tali fatti «non hanno nulla a che vedere con i capi di imputazione, pervenendo a conclusioni infondate e a una richiesta di condanna basata su una responsabilità oggettiva che nulla ha a che vedere con i fatti contestati». Per questo motivo, hanno concluso, «siamo convinti che riportando il giudice alle contestazioni emergerà l'insussistenza del reato e della richiesta della condanna».