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Martedì 9 Febbraio 2010  /  ultimo aggiornamento h 2:05

Clan e politica in un inedito di Sciascia

             
di Leonardo Sciascia

ROMA (22 novembre) - Sam Spade, l’investigatore privato protagonista dei racconti di Dashiell Hammett, aveva, secondo l’espressionistico ritratto che ne dà il suo autore, «una mascella ossuta e pronunciata, il suo mento era una V appuntita sotto la mobile V della bocca. Le narici disegnavano un’altra V più piccola. Aveva occhi giallo-grigi, orizzontali. Il motivo della V era ripreso dalle spesse sopracciglia che si diramavano da due rughe gemelle al di sopra del naso aquilino e l’attaccatura dei capelli castano-chiari scendeva a V sulla fronte…»; e tutte queste V diaboliche del suo volto esprimono la diabolica acutezza, le diaboliche punte delle sue trovate e dei suoi inganni; che giungono alla V estrema in quel racconto che si intitola Raccolto rosso: dove Samuel Spade, seminando diffidenza, riesce a ottenere un soddisfacente raccolto rosso, il raccolto di sangue di una lotta fino all’ultimo uomo tra due gruppi di mafia.

Ma la polizia ufficiale non può permettersi tutte queste V, non può muoversi con la spregiudicatezza e la libertà di Sam Spade. La polizia muove da indizi e informazioni; e gli indizi e le informazioni deve far diventare prove, tali da convincere giudici e giurati. Difficilissimo lavoro, se condotto in un ambiente in cui una testimonianza resa a un tribunale è considerata più disonorevole di una condanna penale, in cui la censura del vicino di casa è più preoccupante della censura delle leggi, in cui il colpo a lupara arriva sempre prima della protezione della polizia. Però a volte capita che la polizia (la società) abbia il suo raccolto rosso fortuitamente, senza far ricorso ai metodi di Sam Spade.

Ci sono, sulla mafia, dei romanzeschi pregiudizi costantemente alimentati da certa pubblicistica. Che la mafia sia un’associazione di rigorosa struttura e gerarchicamente articolata, unitaria negli interessi e negli intenti. Che abbia un preciso apparato giudiziario ed esecutivo per cui sentenze di morte vengono pronunciate, notificate agli interessati e poi eseguite. Che esistano, in concreta configurazione penale, mandanti politici in relazione a determinati delitti. Che i capimafia siano a portata di mano della polizia, e che soltanto una cronica carenza di prove impedisca di agire nei loro confronti. Romanzo, giornalistico folklore. Non si capisce, in primo luogo, perché il siciliano, per natura (e per letteratura) negato a ogni forma di vita gregale, nell’amor proprio tiranno e vittima, anarchico della roba e del sesso, dovrebbe essere disciplinato cittadino della mafia, se si pensa che la mafia sia come uno Stato. Come Stato non sarebbe nemmeno paragonabile alla repubblica di S. Domingo. Secondo: assoluta condizione di vita è, ovviamente, la mimetizzazione sociale; il mafioso in quanto tale (diciamo il grande della mafia) è un uomo invisibile. Dall’accurata mimetizzazione in cui vive, dalla invisibilità in cui si muove, il mafioso esce solamente nel caso in cui diventa oggetto di attenzione balistica da parte dei suoi nemici o dei suoi ex amici: come quel medico, insospettato e insospettabile, ricco rispettato influente, che la polizia raccolse come capomafia soltanto sul tavolo dell’autopsia. Terzo: non ci sono, nel senso contemplato dalle leggi penali, mandanti (come non ci sono tribunali e relative sentenze della mafia). La mafia esegue ordini mai pronunciati, ma che nondimeno sono essenzialmente ordini. Così come i quattro cavalieri che nell’Assassinio nella cattedrale di Eliot vanno ad uccidere l’arcivescovo, sostanzialmente eseguendo un mandato che il re non ha formalmente dato. Mancherà sempre un anello di congiunzione tra il mandante e il sicario, non soltanto davanti alla polizia e davanti al giudice. E si spiega così la mostruosa stupidità di certi delitti, come la strage di Portella della Ginestra; mancando mandati precisi, si dà luogo agli eccessi di zelo. E siamo al punto di partenza: al raccolto rosso. Da un punto di vista strettamente e grettamente tecnico, di tecnica della sicurezza pubblica, una situazione di quiete è più preoccupante di una esplosione di contrasti. Esistono tanti gruppi o «cosche» di mafia in cui si coagulano interessi che spesso portano, naturalmente o per compromesso, alla convergenza: ma a volte esplodono in sanguinosi contrasti. Per cui la convergenza implica una relativa tranquillità, segno di un regolare scorrere di profitti e di eque spartizioni; mentre i contrasti, che all’esterno si manifestano nella specie dei morti ammazzati, avvertono di uno sfogo di crisi di cui in definitiva la salute pubblica si avvantaggia. Dal punto di vista umano, si capisce, la cosa è diversa.

Qualche anno fa Palermo ha avuto il suo raccolto rosso; le mafie dei mercati e dei giardini avevano fierissimi contrasti interni. Poi le acque si sono placate; ma evidentemente non per il fatto che le mafie palermitane sono state eliminate: hanno trovato un compromesso, un accordo. Ad Agrigento pare che questo accordo sia difficile da raggiungere. Forse perché il conflitto è legato a gruppi politici: e non può finire per compromesso, ma per prevalenza. Questo conflitto è cominciato dopo le elezioni amministrative del 1946, quando la Democrazia cristiana si rivelò, contro le vecchie formazioni politiche in cui si erano raggruppati i notabili, contro le liste formate col vecchio criterio degli apporti individuali, il più forte partito politico regionale e nazionale. Un partito politico è né più né meno di una gabella fondiaria: o si vive insieme sulla gabella o ci si ammazza. Poiché i Parlamenti hanno un numero limitato di membri (il nostro ne ha anzi, a parer nostro, un po’ più del necessario: e così quello regionale) e gli esiti elettorali sono incerti e incontrollabili, la lotta dentro il partito per la candidature, e poi dentro e fuori del partito per le preferenze, è sempre violenta e senza esclusione di colpi. Colui che rifiuta di scendere su questo terreno e si affida al prestigio del proprio ingegno e della propria onestà è irrimediabilmente bruciato. Il professor Gaspare Ambrosini, oggi giudice costituzionale, indubbiamente il miglior candidato che la Dc avesse nel collegio della Sicilia occidentale nelle elezioni del 1953, non riuscì eletto tra i dodici o tredici deputati che il suo partito ebbe nella circoscrizione. Ed era commovente, durante la campagna elettorale, sentire il professor Ambrosini raccontare da un balcone, con voce arrochita ma tenace, il suo lavoro alla Commissione affari esteri: mentre tra la folla i galoppini democristiani distribuivano schede in cui era segnava la preferenza per candidati la cui parola il corpo elettorale non avrebbe avuto il piacere di ascoltare (né tale piacere avrebbe avuto l’assemblea legislativa di cui, per mandato del popolo, come si suol dire, dovevano far parte). Pur essendo nato a Favara, un paese che a giudizio del Candida è il più mafioso della provincia di Agrigento, l’onorevole Ambrosini faceva il suo giro elettorale nei paesi della provincia senza la scorta di «amici» che altri candidati invece ostentavano: e il pubblico che applaudiva i suoi comizi era alquanto composito e prevalentemente non democristiano. Alla vigilia delle elezioni, quando parve certo che il partito lo aveva decisamente abbandonato, in qualche paese della provincia si mossero a favore di Ambrosini persone assolutamente lontane dalla Dc e che non avevano mai avuto con lui rapporti diretti: reazione morale apprezzabile ma, purtroppo, inutile.

Il caso di Ambrosini riteniamo sia esemplare. Per lui il problema di rifiutare l’appoggio della mafia non esisteva: e per la semplice ragione che la mafia non avrebbe mai sentito il bisogno di offrirglielo. A che poteva servire un uomo come Ambrosini? Era un uomo che andava in Parlamento per fare delle leggi e non per dare a qualcuno il modo di violarle. Sarebbe stato incapace a far trasferire un questore o un maresciallo dei carabinieri; a far rilasciare un porto d’armi a un «amico»; a protestare per un «fermo»; a dar posti in banca ai figli laureati degli «amici» e a far scaturire rivoli di provvidenze governative su esercenti di zolfare e appaltatori di opere pubbliche. Sarebbe stato persino incapace a sollecitare pensioni di guerra o sussidi prefettizi. Un professore, uno studioso: da fargli tanto di cappello, ma niente voto.

Insomma: la forza della Dc risiede nel sottogoverno (ai ricatti spirituali bisogna dare poco peso, e in Sicilia specialmente); e in Sicilia la naturale e parassitaria efflorescenza del sottogoverno non può essere, in forme più o meno delittuose, che la mafia. II problema non è dunque di polizia (la polizia non può sperare, peraltro, di ottenere risultati che vadano al di là del raccolto rosso): è ancora e sempre un problema politico.



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