ROMA (11 novembre) - Morire come si è vissuti è forse il regalo migliore che si può chiedere al mondo, dopo averlo lasciato. E Flora Viola è morta proprio come aveva scelto di vivere, nell’ombra e nel ricordo del marito, nel grande attico ai Parioli pieno di foto dove avevano condiviso quarant’anni. Dino Viola è stato il presidente più carnale della Roma più spirituale; e Flora Viola è stata con lui, dovunque, sempre e in ogni modo, «anche se abbiamo sofferto troppo - confidò una volta - perché eravamo sempre troppo coinvolti nelle storie della Roma e infatti prima di ogni partita veniva da noi il dottor Alicicco e ci dava due tranquillanti».
Ecco, loro due sono stati molto, tanto, tutto, persino troppo per la Roma, perché il presidente della Roma Dino Viola, dal 16 maggio 1979 fino al 18 gennaio 1991, vedeva la presidenza così, la Roma dal martedì alla domenica e poi il lunedì in sede. Erano i tempi in cui la vera anima della squadra erano i tifosi, non i diritti Tv; ed erano i tempi in cui contavano le idee, non solo i soldi. Viola era immensamente meno ricco di Agnelli ma aveva fiuto e nel suo ciclo mise in fila uno storico scudetto atteso 41 anni, tre secondi posti, cinque Coppe Italia, una crudele finale di Coppa dei Campioni persa ai rigori all’Olimpico e una finale di Coppa Uefa.
«Se fosse stato un uomo fortunato - disse Donna Flora un giorno - avrebbe vinto quattro scudetti e soprattutto quella Coppa. Ma non era cosa perché a quel tempo la Juventus aveva vinto solo quel titolo all’Heysel e forse non stava bene che una squadra romana arrivasse per prima sulla luna...». Se Dino combatteva, Flora lottava, fianco a fianco, con dignità, coraggio, amore, passione. Poi c’era una palla che rimbalzava dovunque.
E’ stata una storia tormentata ma sempre una love-story, come del resto stanno a testimoniare le tante foto simbolo di quella casa-rifugio a Roma, quella del matrimonio, quella con il Papa, quella dello scudetto quel giorno a Genova, e Flora che spesso continuava ad aprire la cassapanca dei ricordi... «perché non riuscimmo a stare sereni nemmeno quella volta, la squadra che torna a Ciampino e viene accolta da migliaia di tifosi, e noi da soli in macchina a Milano, con Dino preoccupatissimo perché Falcao aveva ricevuto una proposta importante dall’Inter e temeva di perderlo. Non disse una parola per tutto il viaggio». Nella ressa sulle scale di Marassi il presidente si incrinò una costola. Lei c’era. A Torino gli ultrà della Juve lo presero a calci. Lei c’era. Con il Palazzo arrivarono le battaglie legali e le vittorie per Falcao, Cerezo ed Eriksson. Lei c’era. E ancor di più c’era stata nelle sconfitte, sempre atroci, altra caratteristica dannata, come Roma-Lecce, come nella notte degli spietati giustizieri del Liverpool il 30 maggio 1984, come il gol annullato a Turone quando Boniperti regalò a Viola un centimetro e il senatore lo rispedì al mittente con un biglietto arguto: «E’ uno strumento per geometri, non per ingegneri».
Erano i tempi in cui la Rometta diventava Roma, del volare e del violese, delle trasferte e dei ritiri a gestione familiare, Cuccaro, Santa Margherita, Liedholm, il mago Mario Maggi a Busto Arsizio, la dacia di Aulla in Liguria, e poi Di Bartolomei, Ancelotti, Pruzzo, Nela. Viola percorse 11 anni e 8 mesi da presidente e le ultime settimane molto brutte perché con lui già malato venne fuori quella storia di doping con Carnevale e Peruzzi, «un colpo basso dei nemici».
Quando il presidente morì bisognava trovare un successore e l’idea fu dell’avvocato Guidi, l’amministratore delegato della società... «direi che potremmo fare la mamma, così non facciamo nemmeno differenze tra i figli Federica, Riccardo ed Ettore». Qualcosa di importante avveniva proprio quel giorno perché la signora Flora Viola diventava la prima presidente donna di una squadra di calcio italiana. Sei mesi dopo, il bianco bianchissimo dei capelli di Flora Viola e l’argento della Coppa Italia scintillavano nel cielo dell’Olimpico. Poi, molto poi, sarebbe venuta Rosella Sensi. E dopo ancora la Menarini. Ma tanto per dire: ancora non c’è una donna tra i 45 presidenti delle Federazioni del Coni.
Flora Viola si è sempre meravigliata della meraviglia altrui: «Faccio il presidente, faccio solo quello che avrebbe voluto continuare a fare Dino». Era una donna forte, una di quelle che non hanno paura. Quando si affacciarono i russi andò giù decisa: «I Sensi devono vendere». Non andò così. Tante cose non sono andate. Per fortuna le emozioni non si cancellano. Come le parole di Flora Viola quando morì Dino: «Hai avuto una grande vita e io sono stata così fortunata che l’ho condivisa con te». Ma era anche il contrario. Che fortuna.