ROMA (9 novembre) - I processi non potranno durare più di due anni in primo grado, due anni in appello e altri due in Cassazione, altrimenti si rischia la prescrizione: è attorno alla definizione della ragionevole durata del processo che si incentra la trattativa sulla giustizia in corso nel Pdl che domani dovrebbe tradursi in un incontro chiarificatore tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente della Camera Gianfranco Fini. Il faccia a faccia precede il vertice a tre con il leader Lega UmbertoBossi, che dovrebbe svolgersi mercoledì, e segue le critiche sul partito-caserma rivolte ieri da Fini durante la partecipazione a Che tempo che fa.
La bozza sulla Giustizia, alla quale ha lavorato Niccolò Ghedini avvocato del premier e presidente della Consulta per la giustizia del Pdl, si incentrerebbe su quattro articoli. Quattro punti che sarebbero stati illustrati oggi pomeriggio (evidenziandone pro e contro) dal presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno a Fini.
Il primo punto di quello che potrebbe diventare un ddl di iniziativa parlamentare riguarda la prescrizione processuale: con la creazione di una nuova norma del codice di procedura penale (l'art.346 bis). La bozza prevede che, in caso di processi per reati con pene non superiori a 10 anni (ad eccezione dei reati di mafia, terrorismo o grave allarme sociale come rapina o omicidio), ciascuna fase del processo non possa durare più di due anni (sei in totale), altrimenti scatterà la prescrizione. La "tagliola" dovrebbe valere anche per i processi in corso, ma limitatamente a quelli pendenti in primo grado. In questo modo, si spiega, potrebbero rientrare nella previsione sia il processo sui diritti tv Mediaset, sia quello Mills.
Si introdurrebbe poi un'equa riparazione per chi ha subito processi troppo lunghi e la prescrizione sostanziale (che a differenza di quella processuale vale anche per i procedimenti in corso e grazie alla quale il processo Mills a carico del premier potrebbe essere dichiarato già prescritto). La norma prevede il taglio di un quarto dei termini di prescrizione per i procedimenti pendenti relativi a reati di non grave entità commessi prima del 2 maggio 2006 (quando entra in vigore l'indulto) e con pena non superiore a 10 anni. La prescrizione "breve" dovrebbe però valere solo per gli incensurati ed essere esclusa per recidivi e delinquenti abituali, oltre che per i reati di terrorismo, mafia e di maggiore allarme sociale.
Se Fini dovesse dare il via libera a una o a tutte le proposte riguardanti la prescrizione, si spiega in ambienti della maggioranza, le misure dovrebbero essere accompagnate anche da interventi a carattere generale «per mettere in condizione gli uffici giudiziari di celebrare sul serio i
processi in modo rapido». Fini, comunque, aveva già espresso perplessità sull'idea di riformare di nuovo la prescrizione (la legge Cirielli è del 2005) perché, secondo alcune stime, ci potrebbero essere delle ricadute su oltre 600mila processi.
Ma è solo domani, si osserva, che si capirà davvero cosa bolle in pentola: quando Fini e il Cavaliere si vedranno a quattr'occhi per sciogliere il nodo giustizia. Il premier, infatti, è da tempo che afferma di voler coinvolgere gli alleati Fini e Bossi nella ricerca di una soluzione che gli eviti di affrontare i processi.
«Pura follia, qui siamo alla Giustizia creativa». Così la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, commenta le ipotesi di riforma della prescrizione.
«Apprezziamo - aggiunge ironicamente Ferranti - lo zelo con cui il bravo legale del premier, Niccolo Ghedini, sforna ormai quotidianamente trucchetti processuali e cavilli legislativi per salvare il suo assistito e attutire, al contempo, i malumori di quella parte più avveduta della sua maggioranza. Ma - prosegue - se quanto anticipato dalla stampa venisse confermato, soprattutto con riferimento alla cosiddetta prescrizione sostanziale, saremmo palesemente di fronte a norme ad personam mascherate da riforma della giustizia. E non è certo questo il terreno su cui si può chiedere alle opposizioni e al parlamento di confrontarsi».