Ci siamo. Finalmente. Il Maxxi, il Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, realizzato in via Guido Reni da Zaha Hadid sta per partire. Dopo dieci anni circa di lavori e di attese, grazie all’impegno del Ministero dei beni culturali, della Fondazione Maxxi e del suo presidente Pio Baldi (che ne ha seguito le complesse vicende fin dal primo istante), della direttrice delle arti visive Anna Mattirolo e di quella di architettura Margherita Guccione.
L’avvio avverrà lunedì 9 e martedì 10 all’Auditorium con la conferenza internazionale Exhibiting Architecture, ideata dalla Guccione e coordinata da Maristella Casciato e Pippo Ciorra in coproduzione con Fondazione Musica per Roma. Vi parteciperanno Barry Bergdoll direttore del MoMa di New York, Aaron Betsky direttore del Cincinnati Art Museum, Sarah Ichioka dell’Architectural Foundation di Londra, Giuliana Bruno dell’Harvard University, Ole Bouman del Nai di Rotterdam e lo studio Diller, Scofidio + Renfro, considerato il più innovativo di New York.
Sabato 14 e domenica 15, l’attesissima apertura straordinaria (senza le opere che poi saranno esposte) con la stessa Zaha Hadid, in anteprima per il pubblico (quella definitiva, con le opere, è fissata per il maggio 2010), e una performance di Sasha Waltz, star della danza, su progetto della Fondazione Romaeuropa. E’ assolutamente necessaria la prenotazione all’indirizzo: edumaxxi@darc.beniculturali.it
di Massimo Di Forti
ROMA (1° novembre) - «Il Maxxi esprime splendidamente quella capacità di sviluppare lo spazio che rappresenta la grandezza dell’architettura di Zaha Hadid. L’ho visto un anno fa quando le sale interne non erano ancora definite ma la struttura sì. E sono rimasto molto colpito dal senso di fluidità che lo anima», dice senza esitazioni Aaron Betsky, direttore della Biennale Architettura 2008 e del Cincinnati Art Museum. Continua lo storico e critico che sarà a Roma lunedì 9 e martedì 10 per partecipare con altri celebri studiosi e direttori di musei alla conferenza internazionale Exhibiting Architecture, evento introduttivo alla presentazione del Museo e alla sua apertura straordinaria al pubblico con la stessa Hadid che l’ha progettato, prevista in anteprima per sabato 14 e domenica 15: «Mi ha impressionato il fatto che possegga magnificamente la qualità più peculiare dello stile di Zaha, cosa non sempre così ben riuscita nelle opere da lei progettate e poi costruite: una flessibilità spaziale paragonabile a quella di un serpente che scivola sinuoso sul terreno o di una spirale che sale verso il cielo».
Un capolavoro, insomma, nel giudizio di Betsky, che darà a Roma un museo di arte moderna e contemporanea capace di competere con i più importanti del mondo. Ascoltando le sue parole viene in mente il servizio pubblicato qualche mese fa dal New York Times, che titolava: “C’è una buona ragione per venire tra un po’ a Roma: vedere il Maxxi».
Mister Betsky, i nuovi musei come il Guggenheim di Bilbao o la Tate Modern a Londra sono stati negli ultimi anni tra le opere di architettura più ammirate. Alcuni critici li considerano, però, meno validi come spazi espositivi. Lei come la pensa?
«Il Guggenheim Bilbao o la Tate Modern non sono soltanto edifici eccezionali: sono altrettanto eccezionali dal punto di vista espositivo. Un’opera di Richard Serra trova ideali gli spazi del Guggenheim e una di Olafur Eliasson sembra fantastica nella Turbine Hall della Tate. Se pensiamo al Guggenheim, pensiamo sempre alla sua straordinaria architettura e dimentichiamo che il museo ha una funzionalità che esalta le opere d’arte in mostra. Allora, per rispondere, mi porrei alcune domande...».
Quali?
«I nuovi grandi musei come il Guggenheim di Bilbao o la Tate Modern riescono nel compito di esporre l’arte moderna in modo adeguato? Direi di sì. E hanno grandi opere, organizzano mostre altrettanto importanti? Senz’altro. Esprimono un carattere, hanno un’identità grazie alla loro programmazione? Ancora una volta la mia risposta è affermativa. Certo, non tutti i musei costruiti negli ultimi anni posseggono questi requisiti. Ma il Guggenheim e la Tate certamente sì».
Ritiene che il Maxxi, che come edificio suscita la sua ammirazione, potrà raggiungere questo livello?
«Me lo auguro proprio. Penso che il Maxxi abbia spazi molto belli e potrà organizzare grandi mostre di livello internazionale. Ma, per essere competitivo con gli altri grandi musei, gli serve una collezione permanente di rango, capace di offrire un panorama adeguato della situazione e dei fermenti dell’arte contemporanea. E questo non è uno scherzo».
Soprattutto per ragioni economiche?
«Beh, sì. Nel museo che dirigo a Cincinnati, per esempio, non abbiamo un’opera di Jasper Johns. Acquistarne una importante è pressochè proibitivo e non credo che un museo italiano, per ora, possa assicurarsela. I problemi, insomma, sono soprattutto due: avere una collezione permanente notevole e mandare avanti un programma capace di attrarre il pubblico, aiutandolo a capire cos’è l’arte contemporanea. In Italia non è facile trovare società e sponsor pubblici o privati che investano nell’arte contemporanea. Lo so per esperienza. Spero che il Maxxi possa cambiare questa situazione».