ROMA (31 ottobre) - Omicidio preterintenzionale. Significa che un pubblico ministero della procura di Roma ha rotto gli indugi e ha acceso un faro potente sui poveri resti di Stefano Cucchi, 31 anni e 37 kg di peso, un passato remoto di piccoli reati e un passato recente di processi e lesioni gravissime. Che lo hanno portato a non avere un presente da vivere e da raccontare.
Significa che il pubblico ministero Barba sospetta, o quantomeno non esclude, che Stefano Cucchi sia stato ucciso da qualcuno che voleva solo colpirlo, magari per una frase fuori posto, uno sberleffo, un’inezia. E se l’arco temporale in cui è avvenuta questa presunta attività delittuosa è lo stesso in cui Stefano è stato nelle mane delle istituzioni, significa che un cittadino italiano può morire anche quando è affidato alle persone che dovrebbero garantirgli la sicurezza, la piena salute, la sopravvivenza. E allora, prima di spiegare che il Guardasigilli Alfano ieri ha telefonato al procuratore di Roma per garantirgli piena collaborazione e che il ministro della Difesa, La Russa, si è detto sicuro del comportamento assolutamente corretto dell’arma, bisogna descrivere lo sguardo disarmante di Vittorio Tomasone, che dei carabinieri è il comandante provinciale, mentre sussurra: «Abbiamo ricostruito ora per ora quello che Stefano Cucchi ha fatto dal momento dell’arresto a quando è stato consegnato al carcere di Regina Coeli: in quali caserme è passato, con quali piantoni ha chiacchierato, che tipo di disturbi ha lamentato».
E’ tutto in una cartellina verde, che è già sul tavolo del magistrato. E che consente al generale Vittorio Tomasone, lo stesso che prese immediatamente le distanze dai quattro arrestati per la vicenda Marrazzo, a dire con assoluta sicurezza che stavolta «io posso escludere che nella morte di quel povero ragazzo, alla cui famiglia rinnovo i sentimenti della mia vicinanza, si possa anche solo ipotizzare una responsabilità di appartenenti alla mia istituzione».
Vale la pena di ricostruirli, allora, quei due giorni cruciali, così come li hanno ricostruiti in procura: lo arrestano alle 23.30 del 15 ottobre, giovedì, dalle parti del Parco dell’Appia Antica. I carabinieri lo vedono che vende due grammi di hashish, prezzo venti euro. Lo fermano e dalle sue tasche e dalla macchina - racconta il verbale - vengono fuori altre dosi: venti grammi di fumi, due di cocaina, alcune pasticche di ecstasy e novanta euro. Ma quella pasticche, dirà poi la sorella, erano medicinali antiepilettici. La prima tappa è l’abitazione di Cucchi, per la perquisizione di rito; Stefano appare sereno, vede i genitori; chi redige il verbale annota che sembra più preoccupato delle conseguenze in famiglia di quell’arresto, che della eventuale condanna.
La tappa successiva è alla caserma Appia, dove resta dalle 2 di notte alle 3.40. Poi lo trasferiscono alla caserma Tor Sapienza, e sono le 3.55. Un’ora dopo, alle 5 di mattina, Stefano Cucchi è in camera di sicurezza e chiama il piantone per lamentare un malore, forse epilessia. I carabinieri avvertono il 118 che manda un ambulanza con infermiere. Ma Stefano rifiuta la visita, dice che ha sonno, che vuole dormire. L’infermiere - sempre secondo il verbale di ricostruzione - rimane comunque in caserma fino alle 5,20. La precauzione si rivela inutile, perché Stefano dormirà fino alle 9,10. Poi lo svegliano e la caricano in macchina per portarlo in tribunale, per il processo per direttissima, dove arrivano alle 9.30. Qui Stefano Cucchi viene prima riconsegnato ai carabinieri che lo avevano arrestato la sera prima e poi agli agenti di polizia penitenziaria che hanno il compito di sorvegliare tutti gli imputati detenuti che sfilano per il tribunale.
L’udienza è alle 12.50, e finisce alle 13.30. Cucchi ha occasione di vedere il padre, ha il volto tumefatto, le palpebre abbassate, ma non riferisce di aver subito percosse. Pensa di tornare a casa, ai domiciliari, invece il giudice lo condanna e lo spedisce a Regina Coeli. Qui il medico lo visita appena arrivato e lo spedisce di corsa al pronto soccorso del Fatebenefratelli: le lastre evidenziano una frattura della vertebra coccigea e altre lesioni alla testa. E’ qui che comincia il calvario che lo porterà al decesso. Ed è su queste ore trascorse in mano allo Stato che il pm dovrà fare piena luce.
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