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Sport

I 70 anni del guerriero Mazzinghi
Ultimo eroe di una boxe sparita

Il ko di Mazzinghi a Montano nel match mondiale del '64

di Teo Betti
ROMA (2 ottobre) - Settanta anni. Sono l’età della ragione, dei ricordi. Sandro Mazzinghi, l’ultimo toro scatenato, li compirà domani. Un uomo che la natura aveva creato per la boxe e che sul ring ha combattuto e sconfitto la povertà. Eppure Sandro voleva fare il ciclista (tifava per Bartali), ma la bici costava troppo, così si dedicò alla boxe. Fu la sua fortuna.

Quanto ha rappresentato Mazzinghi nella storia del pugno guantato lo confermano i fatti. Campione mondiale dei medi junior nel luglio 1963 (vittoria su Ralph Dupas), che poi lasciò nelle mani di Nino Benvenuti in quella memorabile sfida del 18 giugno 1965 a San Siro: Ko alla sesta ripresa (montante destro al mento).

Sei mesi dopo rivincita a Roma, Palazzo dello Sport. Dodicimila spettatori, tutto esaurito. Nel secondo round Mazzinghi va al tappeto. Si rialza più agguerrito che mai. La boxe lineare di Benvenuti contrasta quella aggressiva dello sfidante. Alla fine della quindicesima ripresa (la riduzione dei round a 12 avvenne in seguito) il verdetto premia di misura Benvenuti. Uno come Mazzinghi non si arrende mai. Il 26 maggio 1968 a Milano, Stadio San Siro, affronta il coreano Kim Soo Kim e torna sul trono dei medi junior.

Mazzinghi oggi è un distinto signore che abita a Cascine di Buti in una spledida villa immersa nel verde delle colline toscane, alle spalle del Monte Serra, tra pini secolari, alberi da frutto e viti. Se ne occupa in prima persona. I figli David e Simone, ottimi ottici, curano le pubbliche relazioni. E’ David che ci mette in contatto con il celebre padre.

Cosa le ha lasciato dentro la boxe?

«Tante cose. Sin da ragazzo i pomeriggi li passavo in palestra. La boxe è stata tutto per me. Mi ha fatto uscire dalla povertà. Abitavo a Pontedera dove sono nato. La guerra aveva lasciato un brutto ricordo. Si pativa la fame. Mia madre lavorava tanto. Andava a fare i materassi ai contadini. Tornava a casa la sera con due borse nelle mani. Metteva in tavola ortaggi e qualche manciata di farina».

Ai suoi match il pubblico era sempre numeroso.
«Perchè davo spettacolo, perchè davo il meglio di me. Chi pagava il biglietto usciva soddisfatto. Ho combattuto spesso al Palasport di Roma, gli appassionati mi seguivano con simpatia. Ricordo un match con il sardo Manca. Mettevo in palio il titolo mondiale dei medi junior. Fu una battaglia di scambi a media e corta distanza per quindici riprese che vinsi meritatamente».

Lei ha raggiunto traguardi prestigiosi; se dovesse scegliere il match più importante della sua carriera?
«Sicuramente quello contro Ki Soo Kim. Era domenica pomeriggio, 26 maggio 1968. Cinquantamila spettatori, come un derby Milan-Inter. E’ stata una serata magica. Quando sono salito sul ring ero molto emozionato. In palio il titolo mondiale dei medi junior che il coreano aveva strappato a Nino Benvenuti due anni prima a Seoul. Un match che porterò nel cuore per tutta la vita».

La boxe professionistica in Italia è in declino.
«Non solo in Italia. Ci sono troppe sigle che confondono. Ai miei tempi c’era Wba e Wbc e quando diventavi campione del mondo lo eri sul serio. Eppoi sul piano economico e sociale la vita è cambiata; noi provenivamo da situazioni non agiate e per tirarci fuori dal dramma miseria vedevamo nella boxe il riscatto di tutto. Ora ho nostalgia dei tempi andati. I vecchi amici sono solo un ricordo; non li ho più visti. Ho anche perso diversi capelli, ma parrucchino mai».

La rivalità con Benvenuti?
«E’ acqua passata».

Giovedì 02 Ottobre 2008 - 13:22
Ultimo aggiornamento: -
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