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Cultura e Spettacoli

Settant'anni fa le leggi razziali
Nuove vittime e vecchi razzismi

di Corrado Giustiniani
ROMA (5 luglio) - Quella Bmw grigia le sta incollata dietro, con il clacson che sembra impazzito. Betty Amadin imbocca allora Viale Ungheria: l’auto continua a seguirla. Fa inversione a U. Ma è inutile, è sempre lì. Alla fine si ferma davanti al negozio di un’amica, nigeriana come lei, e abbassa il finestrino. L’uomo scende dalla Bmw e la riempie di pugni. Il volto di Betty adesso è una maschera di sangue, la sua bimba di un anno piange a dirotto sul seggiolino posteriore, mentre lui urla «Tornate in Africa! Andate via, non vi vogliamo!». La gente dalle finestre applaude e ripete quel barbaro incitamento. «La bambina non ha più dormito per una settimana» racconta Betty, in Italia da dieci anni e moglie di un friulano. Già, perché l’episodio, raccolto da un giornale locale, si è svolto in giugno nel centro di Udine. Scene di caccia nell’Alto Nordest. E anche nel Basso, con quel capotreno bolognese dell’Espresso Palermo-Milano che dà della «sporca negra» a una donna ghanese e all’altezza di Reggio Emilia le scaraventa i bagagli giù dal treno, strattonandola e insultandola.

E’ razzismo percepito o razzismo reale, quello che serpeggia nel Belpaese? Estrapolando due episodi fra i tanti della vita quotidiana, commettiamo lo stesso errore in cui sguazzano i media quando parlano degli automobilisti ubriachi e omicidi, ma solo se immigrati? O quando, rispetto alle 4.663 violenze sessuali consumate in Italia ogni anno (13 al giorno: se registrate tutte dai giornali, ci trasformerebbero in un popolo di stupratori), ci si concentra su quelle commesse dai romeni?

Domanda complessa, da girare a sei testimoni privilegiati. Il prete di strada (don Ciotti), il sociologo dell’immigrazione (Maurizio Ambrosini) l’esperto di discriminazioni razziali (Pietro Vulpiani) la sinti che ora studia le sue origini (Eva Rizzin) il ballerino albanese (Kledi Kadiu) e il ricercatore di Demos Fabio Bordignon, dal quale iniziamo, per avere il conforto dei dati. «Non saprei se chiamarlo razzismo - commenta - ma è certo che le inquietudini e le paure attorno agli immigrati si sono moltiplicate negli ultimi due anni. Stiamo tornando al picco toccato nel 1999». L’indagine Demos-Coop sul capitale sociale degli italiani, condotta a fine maggio da Bordignon e Ilvo Diamanti, ha segnalato anzitutto che 9 italiani su 10 percepiscono un aumento del crimine nel nostro paese, la cui causa viene poi ricondotta in buona parte alla presenza straniera. Questo, mentre gli omicidi si sono ridotti a un terzo nell’arco degli ultimi sei anni (dati del Viminale), i delitti in generale sono stati 20 mila in meno a Roma nel secondo semestre 2007 rispetto al primo (ancora il Viminale) e, per i furti, l’Inghilterra doppia l’Italia, come ci ricorda il centro di ricerche Vision.

I cittadini che si sentono in vario modo minacciati dalla presenza straniera aumentano (dell’1,2 per cento nel 2007, secondo Demos) ma non sono ancora la maggioranza degli italiani, perché ammontano al 44,5 per cento. Assai inquietante è la percezione dei rom: il 75 per cento chiede di sgomberare i campi nomadi. Il quadro è confermato dai dati di Eurobarometro: il 47 per cento degli italiani avverte disagio all’idea di avere un rom come vicino, due volte la media europea (24 per cento).

«Difficile non parlare di razzismo in casi come quello di Ponticelli - ammette don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele - Ma la parola è una semplificazione che non aiuta a capire. Dove manca uguaglianza di diritti e di opportunità, l’altro viene sempre percepito come un antagonista. Ci si accanisce contro chi è più indifeso. Gli stranieri sono i primi. Un tempo gli albanesi, poi i marocchini, poi i musulmani, poi i romeni, oggi il popolo rom. La logica del capro espiatorio trova sempre nuove vittime». Concorda Pietro Vulpiani, l’antropologo anima dell’Unar, l’Ufficio contro le discriminazioni razziali di Palazzo Chigi: «Il razzismo è un fenomeno a geometria variabile, e le sue vittime cambiano nel corso del tempo». Intanto, un italiano su tre non vuole più moschee, secondo il Viminale.

«I dati non sono così univoci - avvisa Maurizio Ambrosini, fresco autore per Il Mulino di Un’altra globalizzazione - attraverso colf e badanti, è aumentata nelle famiglie l’accettazione degli stranieri. Non dimentichiamo che all’inizio degli anni ’90 si leggevano manifesti del tipo ”la barca è piena” e che la maggioranza degli italiani, oggi, darebbe la cittadinanza a chi lavora da tempo con noi». Certo, ci sono inquietudini e paure. «Più diffuse tra chi sta barricato in casa e guarda la tv, e sintomatiche di un processo di invecchiamento e timore del futuro. Ma l’elaborazione di un’idea di razza inferiore, non c’è. E comunque i media hanno gravi responsabilità. Per esempio per la lapidazione dei rom». ne sono convinti anche don Ciotti, e Bordignon.

L’8 agosto del 1991 un piroscafo con 11 mila immigrati, il Vlora, attraccò nel porto di Bari e quel formicaio umano divenne l’icona della “sindrome da assedio albanese”, che vivevamo allora. Dentro c’era il diciassettenne Kledi Kadiu, oggi ballerino di successo. Una presunta aggressione razzista, da lui subita a fine maggio, era in realtà solo per ragioni di lavoro: «Ma il vento è cambiato in peggio. Anche in Europa, dove vado spesso in tournée. Pochi anni fa mi chiedevano parole in albanese, notizie sulle tradizioni, sulla cucina. Ora sembra che si sia alzato un muro».

Sotto a chi tocca. Oggi agli zingari. La mamma di Eva Rizzin chiedeva l’elemosina. Era una sinti, etnia di giostrai e gente di circo, proveniente dall’India come i rom. La figlia ha potuto studiare, laurearsi e fare una tesi di dottorato sull’anti-ziganismo. «Sembrano tornati gli anni del fascismo e della guerra mondiale - sospira - quando in Italia c’erano più di 50 campi di internamento per i rom. I 160 mila rom d’Italia, sono la metà di quelli di Francia e un quarto di quelli spagoli. Inoltre, il 60 per cento ha cittadinanza italiana. Ci sono rom neurologi, rom elettricisti, rom poliziotti. Ma invece di capire si preferiscono le spranghe, le molotov, le impronte». Ma se la geometria è variabile, un giorno torneremo almeno ad ammirare in tv una fascinosa zingara che ci scopre le carte. Un programma finito sei anni fa, che oggi proprio nessuno si permetterebbe di riproporre.

Sabato 05 Luglio 2008 - 18:51
Ultimo aggiornamento: -
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