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Cultura e Spettacoli

Trionfo Radiohead per la prima data a Milano

I Radiohead

ROMA (18 giugno) - Dall’esame radioheadlogico risulta che la musica scoppia di salute. Il concerto della band di Oxford (ieri all’Arena Civica di Milano e stasera pronta per il bis) è un’esperienza sensoriale che coinvolge ogni parte del corpo e della mente. Una scenografia imponente ma fine porta le immagini dei cinque sui megaschermi dello sfondo, punteggia il palco di pertiche luminose e sciocca gli occhi con colori cangianti.

Il profumo è quello diffuso dell’eccitazione per l’evento, odore di partecipazione a una qualche grandezza. Il contatto è fra gli accorsi dall’Italia e dall’estero che ballano a rompicollo sui loop reiterati e si rilasciano in pianto sui brani più lenti. Un pubblico eterogeneo fatto di musicofili e musicisti, addetti ai lavori, fan preparati, curiosi bencapitati, seguaci dell’indie e del mainstream (e tra la folla sembrano aggirarsi anche tutti i personaggi fittizi che negli ultimi dieci anni hanno passeggiato nei romanzi a suon di Radiohead, non ultimo il Pietro Paladini di Caos Calmo). Tutti hanno imparato a parlare un’unica difficile lingua, a masticare parole tormentate, pensieri mesti e a digerire canzoni complesse. Il palato è soddisfatto dalla prelibatezza dell’offerta, dalla freschezza con cui i brani vengono serviti, dagli arrangiamenti di gusto e genio. Infine c’è l’udito, cullato, frastornato, lusingato.

Due bandiere del Tibet sugli amplificatori e i Radiohead agganciano con quasi l’intero In Rainbows che, per chi nutrisse dubbi, dal vivo funziona benissimo: 15 Step (e Thom Yorke saltella energico), Bodysnatchers e All I need (introdotta dal saluto Ciao, come stai?). Poi parte Lucky da quel capolavoro che fu Ok Computer, l’intensa Nude, Pyramid song, punta di diamante di Amnesiac, dove l’eco delle sirene traghetta l’arena in paradiso su una piccola barca a remi. Riprendono con Weird fishes/Arpeggi (nuova e già molto amata), da Hail to the thief pescano The gloaming (e la pioggia laser si fa verde) e la linea ossessiva di Myxomatosis, la dinamica scende con la sessione acustica di Faust arp, su Videotape Yorke va al piano, con Optimistic e Everything in its right place ripropongono lo shock elettronico che provocò Kid A.

Il contingente di tre chitarre avanza impeccabile: Yorke a battere il ritmo, Johnny Greenwood a condurre, stressando il braccio con ripetute aggressioni allo strumento (va spesso al sintetizzatore), Ed O’Brien a distribuire rumori e creare visioni con la sua vasta gamma di effetti, Colin Greenwood e Phil Selway a macinare ritmi con basso e batteria.

Attraverso My iron lung ritornano alla forma canzone più tradizionale di The Bends, anno di grazia 1995, saltano al presente con la tamburellante Reckoner, su Exit Music Yorke, seduto chitarra e voce, fa un’incantesimo e la folla si paralizza in religioso silenzio, si fa lago di lacrime, poi conclude il set Jigsaw falling into place. Il primo bis regala Karma police, There there, Bangers and mash (meno nota, tratta dal CD2 dell’ultimo disco) dove Yorke si diverte alla batteria, ma tutti i membri della band sono disinvolti multistrumentisti.

Il campionamento di una telecronaca di calcio introduce Climbing up the walls, poi Street spirit colpisce dritta allo stomaco. Non si sa se infilza più il falsetto di Yorke o le spade laser del palco. Lui si sfascia e brucia, rotola la testa da una spalla all’altra, maneggia le viscere di chi lo ascolta, pizzica, tira, torce, sbrindella corde emotive. Il secondo bis inizia con You & whose army? (lui dà i risultati di Italia – Francia in italiano, poi va in primo piano sullo schermo quasi a prendersi gioco della sua ptosi della palpebra sinistra) e sigilla il concerto con la logorrea apocalittica (o realistica?) di Ideoteque e la trance collettiva.

Nella scaletta del tour europeo finora non c’è mai stata Creep (sarebbe una scelta troppo facile per far cedere le gambe al pubblico) e se ieri sera è mancata l’eccellente mini-suite Paranoid Android, è perché forse troverà spazio stasera.
Per due ore il pubblico assiste e segue la continua mutazione dei Radiohead, quel cercare in lungo e largo rimanendo ormeggiati a se stessi. E’ il miglior gruppo in circolazione, senza dubbio. Anzi ha qualcosa in più rispetto ai gruppi del suo calibro: l’entusiasmo e l’onestà di non calcolare troppo.

E’ enorme la gratitudine che si legge sui volti di una generazione che per una volta, invece di subire la mitologia degli anni 70 e di invidiare chi ha assistito ai concerti storici del rock, sente di avere qualcosa da raccontare.

Pioggia a dirotto, tempo inclemente e nemmeno due arcobaleni di conforto come è successo nella data di Dublino ma un assaggio di magia c’è comunque stato. E se oltre ai cinque sensi coivolti si vuole tirare in ballo pure il sesto, succederà lo stesso anche stasera.


Mercoledì 18 Giugno 2008 - 10:48
Ultimo aggiornamento: -
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