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Cultura e Spettacoli

Bersani in concerto a Roma il 29: «Con Psyco mi tuffo nel rock» |


ROMA - Samuele Bersani è il regista della musica italiana, riprende tutto con gli occhi, racconta in soggettiva, inquadra oggetti scontati e li anima di originalità,che siano polli arrosto o palloni sgonfi. A Sanremo ha ricevuto per la seconda volta il Premio della Critica, ma il bis lo fece pure al Premio Tenco, perché è uno dei pochi che riesce a tenere la canzone in due staffe, colta e popolare.
Pubblica Psyco, raccolta di ventotto brani con due inediti, e il 29 marzo parte in tour per l’Italia: «Comincio dall’ Auditorium della Conciliazione di Roma perché è la città dove ho più pubblico e, per chi è a caccia di storie come me, un vero set all’aperto. La scaletta soddisferà i fan, anche se sogno un concerto all’inverso: la gente sul palco e io sotto che la guardo». Assicura che nonostante live e disco antologici non è in fase nostalgica ma propositiva: «Guardo al passato, disegno il presente e immagino il futuro. Psyco infatti è la mia prima canzone rock e dà la direzione al mio prossimo disco di inediti».
Psyco come il film di Hitchcock ma senza acca, come nella prima locandina italiana «Da piccolo avevo una passione sfrenata per i film d’orrore, di cui comincio ad avere paura solo adesso. Mi spavento di più di quando avevo dieci anni». Il palco dell’Ariston gli ha fatto lo stesso effetto? «Nel 2000 ero più incosciente, quest’anno più fifone, ma divertito. Sono un osservatore senza macchina fotografica e Sanremo offre molti spunti, è esagerato, un carnevale parallelo, un luna park prima di smontare. Credevo nel mio brano che si regge sul contrasto, la musica sulla scia di E la vita, la vita di Cochi e Renato e il testo serio, così mi sono televotato cinque volte da solo, perché i miei fan usano ancora il fax».
Romagna mia, citata già in Freak, quando tentava di esportare in India la piadina romagnola, l’ha riproposta con Bregovic e solo dopo ha ritrovato una sua foto da bambino che presagiva il quadretto: «Estate ‘73, gruppo di liscio sul palco vestito come i Baustelle oggi, anziani con le schiene appoggiate al muro e io al centro, smarrito. Ovvero me, a Sanremo, quarant’anni dopo. Tutto torna. In più c’era solo Goran, che ho visto per la prima volta su Skype, in orari assurdi dato che lui era a Rio De Janeiro».
Non tutte le sue metafore vengono comprese e nella Repubblica fondata sul calcio; c’è chi si ostina a pensare che Un pallone sia la cronaca di una partita: «Macché, io sono un nerd dello sport, ero quello che riprendeva le palle lanciate tra le ortiche. Oppure le lasciavo lì, sperando che un cane si innamorasse di loro per farle tornare a giocare».
Bersani è così, un cantautore surrealista che alla fine si ritrova suo malgrado iperrealista: «In Cattiva cantai Chiedi un autografo all’assassino, guarda il colpevole da vicino e la gente ora fa la fila da zio Miché o si fa la foto davanti alla Concordia, con occhiali da sole e panini. Il Mostro, Sicuro precariato, Lo scrutatore non votante: preferivo rimanessero visioni oniriche». Il Premio della Critica lo ha dedicato ai ragazzini che nelle loro stanzette scrivono storie nuove: «Li ammiro tanto e vorrei diventare produttore. Quando mi incontrano mi danno il cd e mi fa piacere perché io feci lo stesso con Lucio Dalla. Prima ero orgoglioso di aver lavorato con lui, ora sono commosso. Lo ringrazierò per sempre e non sarà mai abbastanza».  Mercoledì 14 Marzo 2012 - 22:47 Ultimo aggiornamento: -
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