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Sport

Roma, parla James Pallotta:
«Tom e io promettiamo lo scudetto»

James Pallotta e Thomas Dibenedetto

dal nostro inviato Ugo Trani
BOSTON - «Sono nato lì. Quella è Little Italy, dove io, Tom e gli altri due soci siamo cresciuti insieme». Trentaquattresimo piano in One Federal Street. James Pallotta, 58 anni, ha in mano il pallone bianco della Roma e davanti a sé, appoggiata sul tavolo, la maglia giallorossa di Totti. Il partner più potente del consorzio statunitense, espressione da gaudente e pelle olivastra, indica North End, attraverso la larga finestra. E’ il quartiere italiano. «Lì mamma e le mie sorelle hanno un ristorante». Una, la più piccola, lo sta guardando dall’altra parte della sala, stringendo forte altre due maglie del capitano, nera e bianca. «Christine ha preparato la torta con la scritta Forza Roma». Gli piace, e anche tanto, dire e ripetere Forza Roma. A lui e a tutta la sua famiglia.

La sera, dopo la firma, appuntamento con il socio forte di DiBenedetto proprio al Nebo, enoteca-ristorante che apre solo la sera e può ospitare sino a cinquecento persone. Ecco mamma Angie che ringrazia i romani e romanisti, quando dovrebbe essere il contrario. Anche la madre di Pallotta aiuta in cucina. Come Christine e Carla che all’ora di pranzo hanno viziato i 25 uomini impegnati nella negoziazione allo studio Bingham. Gnocchi, fettuccine con prosciutto e piselli, polpette di carne, cotolette, «le milanesi» garantisce Carla che parla un buon italiano come la madre. «Anche verdura, frutta, sorbetti e tiramisù. Quando James chiama, noi ci siamo. E saremo con lui a Roma, già quest’estate. Nella città più bella del mondo e per la squadra che amiamo». La promessa di Carla. Il fratello la ammira. «Devo parlare presto come loro» sorride James che però battezza in inglese l’amico Tom: «Lui è Managing Partner». Il Grande Capo, insomma. «Noi tre siamo solo nel comitato esecutivo».

E insieme, voi della cordata, a che cosa puntate?
«A costruire una squadra vincente e presto campione».

Perché avete deciso di provarci con il calcio, attraversando addirittura l’Atlantico?
«Parlo per me. Sono un italoamericano, ma mi sento molto italiano. Mio padre mi diceva sempre: prima di tutto, sei italiano. Mio figlio maggiore parla perfettamente italiano e mia nonna materna era di vicino Roma. Si chiamava Savioli, il mio bisnonno aveva un mobilificio a Poggio Nativo, nel reatino. L’altra parte della mia famiglia paterna è calabrese. Mio padre James è di Teramo, mamma di Canosa di Puglia, il cognome è Di Giacomo. In casa mia tutti amano il calcio, ma fino a una settimana fa non sapevano niente. Da due giorni, sul profilo di Facebook mia sorella ha milleseicento nuovi amici da Roma».

Perché la Roma?
«Mi ero interessato al club giallorosso dopo che la negoziazione portata avanti da Soros era saltata: poi c’era stata la crisi finanziaria e avevo lasciato perdere. Ma il vero promotore di questa iniziativa è stato DiBenedetto. Quando Tom mi ha parlato del progetto, in parte lo conoscevo già. E mi ha convinto subito».

Quali giocatori della Roma conosce?
«Totti è Totti. Il nostro capitano, il nostro simbolo».
Può fare altri tre nomi di top player, tipo i suoi grandi dei Celtics, cioè Garnett, Pierce e Allen?
«E Rondo, lo dimenticate? Comunque non mi piace parlare dei miei giocatori preferiti. Tutti sono importanti anche se ognuno di noi, poi, ha i suoi favoriti. E anche quelli che non ci piacciono, ma non lo stiamo certo a dire».

Ci spieghi i ruoli nel vostro gruppo?
«Tom è quello che guida la cordata. A fine giornata è lui che prende le decisioni. Noi siamo al suo fianco. Abbiamo vissuto nella stessa area, ci conosciamo bene. Andiamo tutti in vacanza in Florida. Vedrete che insieme faremo bene. E porteremo la Roma a vincere nuovamente lo scudetto».

Le precedenti esperienze, in altri sport, vi danno ragione. Può raccontarle?
«Quando Tom è entrato nei Red Sox il suo obiettivo era il campionato, il titolo mancava da ottantasei anni. E c’è riuscito. Era proprio la stessa idea del mio gruppo con i Boston Celtics. Avevamo detto che in cinque anni saremmo stati campioni. E abbiamo vinto al quinto. Dieci anni fa l’ultimo scudetto della Roma. E’ un brand conosciuto in tutto il mondo. Dobbiamo riportarla alla sua storia gloriosa che merita, di tremila anni di civiltà e battaglie. Che cosa volete?».

Nelle vostre strategie inciderà il fair play finanziario?
«Non posso rispondere perché fa parte della gestione della società e di questo se ne occupa esclusivamente Tom. Negli ultimi quattro giorni, però, ho ricevuto molte chiamate da persone coinvolte nel soccer in Usa e ci hanno chiesto di portare la Roma in tour negli States. Sappiamo che c’è molto interesse per la Roma a Boston, New York e Chicago. Questo interesse esploderà in futuro, tanto più con proprietari italo americani. Forse guardo troppo avanti ma penso a un Roma-Liverpool giocato già quest’estate a Fenway Park».

Che cosa sa di Montella?
«Seguo il suo lavoro, ma non lo conosco di persona ovviamente. Guardo in tv tutte le partite della Roma. cercherò di esserci per l’ultima di campionato». La sorella Christine lo guarda strano e sospira: «Se andrai a fine maggio, vuol dire che i Celtics non saranno più in corsa per il titolo, ci hai pensato Jam?». Già, il basket. Il primo grande amore.

Domenica 17 Aprile 2011 - 12:57
Ultimo aggiornamento: -
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