ROMA (4 settembre) - I romani, intesi come cittadini che risiedono stabilmente nella Capitale, sono «più di tre milioni, senza considerare gli studenti fuori sede», dice Mauro Cutrufo, vice sindaco con delegaall’Anagrafe. Studenti compresi si arriva addirittura a 3.106.318, secondo uno studio eseguito dagli uffici capitolini su tutti i nuclei familiari della Città eterna.
La cifra complessiva dei residenti “reali” supera abbondantemente i dati dell’Istat: quelli, per capirci, su cui si basano i trasferimenti dello Stato al Campidoglio. Non una questione di lana caprina, quindi, ma particolarmente importante in un momento in cui si discute delle risorse per Roma Capitale.
Andiamo per ordine: l’ultimo censimento generale, nel 2001, aveva fissato la popolazione residente a Roma in 2.546.804 persone. Il dato è stato poi corretto a più riprese dall’Istat, con i dati provenienti dagli uffici comunali, fino ad arrivare a circa 2.750.000 abitanti. Una cifra comunque inferiore a quella dell’Anagrafe, che registra (quasi) in tempo reale il numero di persone formalmente residenti in città: attualmente sono 2.864.519. Ma qui si comincia a salire. «Abbiamo registrato ben 118 mila persone che vivono stabilmente a Roma ma risultano residenti altrove, in particolare nei Comuni dell’hinterland». Non lavoratori temporanei o studenti fuori sede, sia chiaro, ma persone che fanno parte di nuclei familiare stabilmente residenti a Roma ma, per un motivo o per un altro, hanno la residenza anagrafica altrove.
I motivi possono essere tanti: dalla casa di famiglia nel paese di origine a quella al mare, al pied-à-terre in montagna, spesso le famiglie decidono di far “risiedere” nella seconda casa, almeno formalmente, un proprio componente (nel 99 per cento dei casi uno dei due coniugi). Ciò, ovviamente, anche se quest’ultimo vive in pianta stabile nella Capitale. Tutto assolutamente legittimo, sia chiaro: il più delle volte si tratta di un espediente per ottenere anche sulle seconde case le agevolazioni fiscali (dall’Ici ai mutui) riservati alle prime abitazioni.
Per i “residenti di comodo” è un evidente risparmio, quindi. Ma per il Comune di Roma è un doppio danno: in primis per i trasferimenti finanziari dallo Stato al Campidoglio, che come detto si basano sui dati dell’Istat. Ma anche per l’aliquota comunale sull’Irpef, che viene versata al Comune di residenza. Per intenderci, questi 118 mila cittadini vivono stabilmente a Roma, utilizzando i servizi comunali, ma la loro addizionale Irpef (così come i relativi trasferimenti statali) vanno al Comune di residenza “ufficiale”.
A questi, come detto, vanno aggiunti i circa centomila studenti universitari, residenti altrove ma che vivono a Roma per dieci mesi l’anno, in media. Poi ci sono le persone senza fissa dimora, che vivono stabilmente a Roma, che il Comune valuta in 23 mila. Ultimo dato, quello dei residenti della Città del Vaticano: 799 persone in totale, ufficialmente residenti in uno stato estero, che gravitano stabilmente nell’area della Capitale.
Risultato totale: 3.106.318 abitanti “veri”, 360 mila in più di quelli stimati dall’Istat. E questo senza contare le 868 mila persone in media che, pur vivendo realmente in altri comuni, ogni giorno vengono a Roma per motivi di lavoro, studio o turismo.
«Quando si parla delle risorse e dei poteri per Roma Capitale bisogna tenere conto delle vere peculiarità della città - sottolinea Cutrufo - Roma ha un territorio esteso come tutte le altre grandi città messe insieme e ha, in termini reali, una popolazione superiore ai tre milioni di abitanti». E questi dati, nelle trattative sui decreti della riforma, sono destinati a pesare.