Il giallo nascosto nel verbale: una pagina firmata a disastro avvenuto

L’AQUILA - Contro il presunto pericolo di portare la scienza e gli scienziati sul banco degli imputati si continuerà a strillare. I fatti messi in fila dalla sentenza, tra gli abbracci che sciolgono mesi di tensione e gli occhi lucidi di Guido Fioravanti in ricordo del padre Claudio «un uomo delle istituzioni che si fidava dello stato», da ieri, sono altri. C’era una comunità impaurita e stremata che, dopo quattro mesi di scosse, chiedeva alle istituzioni di sapere di più. E c’è una riunione della commissione Grandi rischi, massimo organo scientifico della Protezione civile, che si svolge secondo il copione dettato da Guido Bertolaso: «E’ più un’operazione mediatica - dice il numero uno di via Ulpiano, al telefono con Daniela Stati la sera del 30 marzo -. Diranno: è normale, sono episodi che si verificano, meglio che ci siano cento scosse di 4 gradi Richter piuttosto che il silenzio. Servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa che fa male».

L’intercettazione, finita agli atti dell’inchiesta G8, entra nel processo aquilano a metà del dibattimento dando luogo ad uno stralcio.
La rivelazione dell’operazione mediatica chiarisce molte cose. A partire dal giallo del verbale della riunione del 31 marzo, una paginetta succinta che i partecipanti firmano all’Aquila il pomeriggio del 6 aprile, a disastro avvenuto. Una versione short che rispecchia solo in parte le cinque pagine della vera bozza di verbale, quella trasmessa da Bertolaso agli inquirenti aquilani il 12 ottobre del 2009. C’è in entrambe le versioni la frase chiave di Enzo Boschi, il vulcanologo numero uno dell’Ingv: «I forti terremoti in Abruzzo hanno periodi di ritorno molto lunghi, improbabile che ci sia a breve una scossa come quella del 1703, pur se non si può escludere in maniera assoluta. La semplice osservazione di molti piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore».

Ma nella bozza Bertolaso si legge, in ultima pagina, anche quanto detto da Daniela Stati, allora assessore regionale alla Protezione civile: «Grazie per queste affermazioni che mi permettono di andare a rassicurare la popolazione attraverso i media». L’operazione mediatica, appunto.
Altra storia il 6 aprile, dopo il terremoto. I membri presenti della Commissione grandi rischi sottoscrivono un nuovo verbale in cui si legge: «E’ viceversa possibile definire in termini probabilistici la pericolosità di una determinata area rispetto ad altre». E la zona aquilana risulta «caratterizzata da pericolosità tra le più alte d’Italia, un terremoto di elevata magnitudo era quindi da attendersi». Non è ancora tutto perché il 28 gennaio scorso, a Bologna, la Grandi rischi si spinge oltre nella valutazione dello sciame in atto in Emilia. E mette nel conto «possibili eventi nelle stesse aree, ma a profondità più superficiali, che avrebbero un’area di risentimento più ridotta e danni potenziali più gravi». Quello che è poi accaduto.

Non c’entra la scienza, in questo processo senza vincitori. La scienza la sua sentenza la scrisse nell’estate del 2009, con le parole di Giuseppe Grandori, il padre dell’ingegneria sismica: il rischio di un forte terremoto, all’Aquila, era cento volte superiore al rischio di base della zona.
Martedì 23 Ottobre 2012, 12:54 - Ultimo aggiornamento: 30 Novembre, 00:00
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