Molinari compie 80 anni: lavoro e sisma le ferite

di Federica Farda
L'AQUILA - Sua Eccellenza, possiamo fare un bilancio professionale e privato di questi primi 80 anni di vita?
«Come cristiano, innanzitutto, prete e vescovo ringrazio il Signore di aver raggiunto questa meta. Professionalmente ricordo i primi anni trascorsi nella Diocesi dell'Aquila come parroco a cui si aggiunsero gli impegni di collaboratore di Curia e, in seguito, quelli da docente di religione al Liceo classico: quanti concittadini sono stati miei alunni! Il 30 settembre del 1989 poi ricevetti la nomina come vescovo di Rieti e l'ingresso avvenne il successivo 6 gennaio: qui rimasi 7 anni».

Dopo arrivò l'esperienza nel capoluogo abruzzese, la sua città, vero?
«Sì, prima, dal marzo 1996 e per tre anni come coadiutore dell'arcivescovo Peressin. Poi il 29 giugno del 1998, Giovanni Paolo II mi consegnò il pallio e nel pomeriggio ritornai nella mia città come arcivescovo. L'ingresso avvenne alla Fontana Luminosa tra due ali di folla che mi scortarono fino in Cattedrale. Tutti felici: io che incontravo, con una nuova veste, i sacerdoti che ben conoscevo e i fedeli che finalmente, dopo oltre un secolo, salutavano l'elezione di un loro concittadino, l'ultimo fu monsignor Augusto Vicentini nel 1882».

Quali sono state le tappe e problemi maggiori affrontati durante il suo mandato pastorale?
«Ricordo con piacere un convegno promosso anche dalla diocesi nel 2000 a favore dei Laboratori del Gran Sasso, una grande risorsa. Era quello un periodo in cui alcuni ambientalisti teramani e qualche segretario di sinistra aquilano erano timorosi e si erano schierati contro le opportunità che potevano derivare dall'investimento scientifico sotto la nostra montagna. Di questo si lamentò con me uno scienziato dei laboratori, Galbiati ed allora organizzai il convegno in cui Zichichi si mise in collegamento da Ginevra. Il forum ebbe risonanza anche negli Usa che invidiavano i nostri laboratori. Un problema? I posti di lavoro persi alla Siemens: marciai con gli operai fino alla Regione».

Il problema più grande vissuto, forse, il 6 aprile, cosa ricorda?
«Le parole che mi disse il vescovo di Assisi: Ricordati- ammonì- che il terremoto è una grande tragedia ma è un'occasione per rilanciare l'economia anche se scatena gli istinti più brutti. Cosa che puntualmente si è verificata. Mi viene subito in mente la grande solidarietà confluita nella nostra città in quei giorni anche da parte del Governo di allora che mise subito a disposizione le risorse finanziarie e a quel tempo i fondi c'erano. Credo che la città possa risorgere e riscrivere la sua bella storia a patto, sempre, del massimo impegno da parte di chi ha in mano le responsabilità politiche».

Il cantiere della Cattedrale ancora fermo non è, però, un bel segnale?
«Subito dopo il sisma, la Curia fu attaccata dalle imprese di fuori perché a loro dire favorivamo le locali per i puntellamenti, mentre a fine del mio mandato alcuni imprenditori aquilani hanno criticato l'operato della Diocesi per aver pubblicato il bando su IlSole24Ore accusandoci, così, di trascurare l'economia indigena per le realtà più grosse: se si fanno meno polemiche si riparte prima».

La città è famosa per le chiacchiere, sa che proprio in questi giorni siamo entrati nel pieno dei festeggiamenti del Pianeta Maldicenza?
«Anche io fui eletto, proprio dalla Congrega dei giornalisti, presidente. Il ricordo, però, va a Ludovico Nardecchia quando venne da me insieme a Tommaso Ceddia perché nel festival volevano trattare il tema della Maldicenza e Fede. Gli suggerii il nome del teologo Francesco Compagnoni. Poi, negli anni seguirono relatori come Francesco Cossiga, Renato Bodei: questo per dire che la critica quando non è sterile ma robusta e vigorosa può essere costruttiva».

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Mercoledì 10 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 14:58

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