Come vincere la sfida delle nuove migrazioni

di Romano Prodi
L'umanità è in continuo movimento: oltre 230 milioni di persone risiedono in un Paese diverso da quello in cui sono nati. Una migrazione biblica che accompagna la storia del mondo fin dai suoi inizi ma che assume oggi dimensioni senza precedenti. Anche in Italia le migrazioni hanno un ritmo crescente ma corrono in direzioni molto diverse fra di loro, direzioni sulle quali conviene riflettere con una certa attenzione.



Il primo flusso migratorio è quello tradizionale che si svolge all’interno dell’Italia, sostanzialmente da Sud a Nord. Ha coinvolto milioni di persone e non rallenta nemmeno di fronte alla crisi economica. Cambia solo il principale luogo di destinazione: non più il Piemonte e la Lombardia delle grandi fabbriche ma l’Emilia Romagna e il Triveneto delle piccole strutture produttive.



Il secondo grande flusso è quello degli stranieri, che arrivano da noi in numero crescente e provengono per la quasi totalità dalle regioni povere di tutto il mondo, dai Paesi periferici della vecchia Europa come la Romania o l’Albania, dal vicino Mediterraneo come l’Egitto, la Tunisia e il Marocco e anche dalle aree più povere e lontane dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.



Sono ormai cinque milioni e, nella quasi totalità, svolgono le mansioni più umili, quelle che gli italiani non vogliono più fare perché faticose, sottopagate o socialmente non appetibili: dall’assistenza ai non autosufficienti (le cosiddette badanti) per arrivare a tante altre figure professionali non qualificate. Per esempio i braccianti agricoli, o agli addetti all’edilizia e alle pulizie, fino ai lavori più umili della ristorazione e dell’industria alberghiera. Tante sono queste attività che essi raggiungono ormai l’8,1% della popolazione italiana.



Un terzo flusso sta aumentando negli ultimi anni anche se riprende, pur con sostanziali differenze, l'antica strada dell’emigrazione verso i Paesi stranieri. Nuovi italiani che cercano lavoro all’estero. Non più poveri agricoltori, muratori o braccianti, come accadeva in passato, ma giovani laureati, ricercatori, professionisti, piccoli imprenditori o specialisti nella moda e nel cibo italiano.



Una corrente che molto si era ridotta in passato ma che la crisi economica e la paralisi delle strutture di ricerca hanno progressivamente ingrossato fino a superare le 70 mila unità all’anno. È come se una città di medie dimensioni, abitata nella quasi totalità di giovani dinamici e preparati, si trasferisse ogni anno fuori dall’Italia, portando con sé preziose competenze.



L'ultima corrente, davvero nuova e in via di rapida crescita, è quella dei pensionati che vanno a vivere all’estero alla ricerca di un clima più mite, di costi della vita più abbordabili e di un regime fiscale più favorevole. Questo sembrerebbe un flusso migratorio minore ma gli ultimi dati dell’Inps ci comunicano che le pensioni pagate all’estero si avvicinano oramai alle 400 mila. La destinazione è la più varia: si passa dalla Svizzera alla Francia, dall’Andalusia alla Bulgaria, fino alle Canarie, alla Tunisia, la Thailandia e le più diverse destinazioni dell’America Centrale e Meridionale. Una tendenza, tra l’altro, che è destinata ad aumentare, dato che il numero dei pensionati che si dirigono versi Paesi a basso costo tenderà a crescere con il progressivo impoverimento delle nostre pensioni.



La contemporanea presenza di questi movimenti, che convive con un tasso di disoccupazione elevatissimo, mette ancora una volta in evidenza le contraddizioni del nostro Paese, che si presenta diverso da tutte le altre nazioni europee. Nei Paesi più poveri il flusso migratorio è infatti unicamente diretto verso l'estero mentre i Paesi più avanzati, come la Francia e la Germania, sono contraddistinti da un'immigrazione caratterizzata solo in parte da un basso livello di qualificazione ma comprendente anche raffinati specialisti. Il loro contributo all’emigrazione si limita a scelte personali legate a particolari professioni.



Molti sono gli insegnamenti che possiamo trarre dall’analisi di questi fenomeni. Il primo è che nessun livello di disoccupazione è in grado di indurre i nostri cittadini a sostituirsi in maniera rilevante alla mano d’opera straniera oggi indispensabile per garantire il soddisfacimento delle esigenze fondamentali della nostra popolazione. L'integrazione di questi immigrati diventa perciò un elemento strategico per il nostro futuro. Il secondo insegnamento è che l'Italia non può continuare a spendere centinaia di migliaia di Euro per istruire laureati o specialisti che, in numero ormai esorbitante, andranno poi a trasferire all’estero le proprie competenze.



Non si può continuare a impiegare nostre risorse per aumentare il tasso di innovazione e di sviluppo degli altri ed essere nello stesso tempo messi continuamente sul banco degli accusati perché la produttività del nostro sistema non progredisce. Aumentare la spesa pubblica e privata nella ricerca e nell’innovazione non è quindi un lusso ma è l'unico modo per fare avanzare il nostro sistema economico e per utilizzare le risorse umane che abbiamo preparato con tanti anni di impegno e di spesa.



Riguardo all’emigrazione dei pensionati non posso dimenticare che, più di quarant’anni fa, ho partecipato a un progetto di ricerca internazionale che aveva l’obiettivo di fare della Sicilia la destinazione ideale dei pensionati del Nord Europa. Troppe cose sono cambiate in termini di costi e di abitudini rispetto a quei tempi ormai lontani ma stiamo facendo ben poco perché la Sicilia possa almeno concorrere con il Sud della Spagna, la Bulgaria e la Tunisia e gli altri paesi che hanno identiche o peggiori condizioni climatiche.



Una notevole parte di questi flussi migratori appare necessaria e inevitabile ma non possiamo pensare che la loro espansione senza alcuna guida o direzione possa procedere all’infinito: i flussi migratori non sono solo conseguenza del destino. Essi possono e debbono essere corretti e guidati dalla politica.
Sabato 8 Novembre 2014 - Ultimo aggiornamento: 12-11-2014 03:29

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