Dagli Usa all'Europa/ Il paradosso della ripresa che agita i mercati

Sorpresa e insieme perplessità. È la reazione più diffusa di fronte allo scivolone di Wall Street che in pochi giorni ha bruciato i progressi compiuti in gennaio, trascinando con sé soprattutto le Borse asiatiche. Sicché, in una sola settimana i listini di tutto il mondo hanno mandato in fumo ben 4 mila miliardi di ricchezza azionaria. 

Ma come - si osserva - mai prima d’ora le aziende americane erano andate così bene, al punto da distribuire bonus e aumenti salariali generalizzati, e invece di continuare a fare festa d’improvviso la Borsa di New York riversa sul mercato valanghe di azioni di quelle stesse aziende, riducendone pesantemente il valore. 

Un paradosso, è l’opinione più diffusa. No, non lo è. Anzi, Wall Street si sta comportando come è logico che si comporti date certe condizioni. Infatti, il mercato non deve esaltare (in positivo o in negativo) ciò che è, bensì speculare su ciò che sarà, allineando il prezzo dei titoli agli eventi futuri secondo le previsioni degli analisti. È dunque sugli eventi futuri che bisogna focalizzarsi, più che stupirsi del disallineamento tra Borsa ed economia Usa. Ma prima di cercare di declinare le ragioni delle forti oscillazioni di questi giorni, è bene fare una premessa.
Il 2017 avrebbe dovuto essere l’anno del “Cigno nero” (figura tragica per i mercati), il primo dell’era Trump che per molti si sarebbe quasi certamente risolto in un nuovo disastro finanziario globale.
 
Invece a fine anno il valore complessivo di tutte le Borse del mondo ha superato quota 100 mila miliardi di dollari, con un guadagno in soli 12 mesi di ben 33 mila miliardi. Mai si era registrato, in così breve tempo, tanto ottimismo sui mercati. Soprattutto in considerazione del fatto che di “bolla” ancora nessuno parlava, se non con una certa timidezza. D’altro canto quell’exploit poggiava su motivi solidi, a cominciare dal fatto che la ripresa economica negli Stati Uniti - da ormai un secolo il mercato-guida per eccellenza - stava producendo profitti aziendali oltre le attese, mentre i fondamentali societari, nonostante 9 anni di crescita pressoché ininterrotta, promettevano nuovi e più lusinghieri traguardi.

Ma tanto entusiasmo era (lo è tuttora) tecnicamente sostenuto dalla straordinaria liquidità - non meno di 15 mila miliardi di dollari - che negli anni della crisi le principali banche centrali hanno travasato nei mercati per fronteggiare gli impatti finanziari negativi della recessione. Ed ecco il punto: il timore di un’accelerazione del ritiro di questa liquidità, onde raffreddare un’economia che va surriscaldandosi troppo velocemente, ha cominciato a insinuarsi nel dibattito finanziario provocando le prime scosse. È poi bastato che si cominciasse a parlare di aumento generalizzato dei salari per dare consistenza a un altro timore: più salari più consumi uguale più inflazione. Una bestia nera per le banche centrali: indesiderata quando è troppo bassa, minacciosa quando cresce eccessivamente. Di qui la prospettiva di un’accelerazione nel rialzo dei tassi che se da una parte è un freno oggettivo all’inflazione, per la Borsa vuol dire meno liquidità e a costi più elevati: dunque, meno capacità di manovra sul fronte degli acquisti di titoli.

Tutto ciò si poteva leggere nelle prime conversazioni pubbliche del nuovo presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che sebbene abbia assunto il timone della banca solo lunedì, già prima aveva fatto conoscere la sua opinione sui rimedi da adottare per frenare una crescita economica altrimenti pericolosamente impetuosa. Per cui, quando l’“insediamento” si è materializzato sono scattati gli ordini di vendita, peraltro sul presupposto che il mercato aveva corso davvero molto e che i tempi per una “correzione” erano maturi. L’attivazione degli algoritmi che determinano automaticamente acquisti e vendite quando vengono rotte certe soglie di prezzo, è probabilmente il vero responsabile del «flash crash» avendo velocizzato tutto e reso vano ogni tentativo di frenata.

Va detto che a Wall Street già da settimane era in corso un vigoroso trasferimento dal comparto azionario verso il settore dei Treasury Bond, il cui rendimento si era portato a ridosso del 3%. E non sono pochi gli investitori istituzionali che, fatti quattro calcoli, hanno deciso di liquidare le posizioni azionarie gonfie di capital gain per puntare su un’obbligazione in dollari che per molti anni produrrà un reddito di tutto rispetto, accada quel che accada. Addirittura, c’è chi sostiene che questo sia stato il vero primo motore della correzione in corso sulle azioni, accelerata anche dagli effetti indotti del crollo delle criptovalute, bitcoin in testa.

Che cosa accadrà ora? Al netto delle nuove scosse che certamente non mancheranno nei prossimi giorni - non tragga in inganno il rimbalzo andato in onda ieri a Wall Street - il rapporto prezzo/utili atteso nei vari contesti produttivi, sia negli Stati Uniti sia in Europa, dovrebbe assicurare una non lontana ripresa del trend di crescita degli indici, magari meno esasperata e più in equilibrio con i valori dell’economia reale. Soprattutto nel Vecchio Continente, dove le Borse, per quanta strada abbiano fatto in questi anni, sono lungi dal pareggiare il grande balzo messo a segno dalla Borsa americana. 

Sempre, naturalmente, che le previsioni di profitto vengano confermate e che le scosse di questi giorni non inneschino negli Stati Uniti una spirale negativa che oggi ancora non si intravede.

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