Vodka in classe/Didattica alternativa, danni dal ‘68 ad oggi

Comunque la si giri, la storia della quindicenne in coma etilico a scuola produce un doppio effetto. Un po’ di rabbia, un po’ di depressione. Depressione perché viene da chiedersi a che punto fosse profonda la spirale di vuoto interiore per spingere una ragazzina a quasi ammazzarsi di vodka una mattina al liceo “Russel” di Roma. Poi viene la rabbia.

Cinquant’anni dopo il ‘68, stiamo ancora a gingillarci con le settimane di didattica “alternativa” . Altro che fake news. Il problema sono le fake solutions. Didattica alternativa a che cosa, se nelle classifiche Ocse gli studenti italiani sono sempre gli ultimi (non al nord, il Friuli in matematica se la batte con i cinesi) quanto a preparazione scientifica e, pare, perfino nella capacità di leggere un testo?

Alternativa a che? Proviamo a metterci nei panni della preside, degli insegnanti: non del solo liceo “Russell”, di tutti gli istituti del Regno, si sarebbe detto ai tempi. Ai poveri docenti viene costantemente ricordato che la scuola italiana è antica, i programmi non al passo con i tempi. Gli allievi si annoiano, poverini, sussurrano le mamme inquiete. Abituati come sono a mantenere viva l’attenzione per dieci, massimo venti secondi, quelli necessari a decifrare una foto su Instagram (tra un po’ tutto sarà soltanto visivo o al massimo orale, per cui leggere e scrivere nemmeno servirà più), abituati dicevo a concentrarsi per frammenti, faticano a seguire le lezioni che, più o meno, ricalcano metodi e programmi pre ‘68.

Che fanno dunque gli insegnanti per venire incontro alla creatività degli allievi tanto frustrati? Provano a far gestire loro una settimana autogestita, la cosiddetta didattica alternativa. Alternativa soprattutto a quello spreco di tempo e risorse economiche altrimenti definito “occupazione”.


Nelle intenzioni del corpo docente la didattica alternativa dovrebbe consentire agli studenti di proporre temi che a loro interessano, far intervenire a scuola adulti che hanno qualcosa da raccontare, qualcosa in grado di far accendere un lampo di curiosità nei loro giovani occhi. Spesso succede: l’altra sera, alla presentazione del film di Walter Veltroni, Sami Modiano, ebreo sopravvissuto ai nazisti del campo di sterminio di Birkenau, raccontava di come sia cambiata la sua vita da quando gira per le scuole condividendo con gli studenti quel che è passato sotto i suoi occhi: «Perché i ragazzi capiscono». E l’altra sera, durante la proiezione del film, piangevano. Capiscono, i ragazzi. Partecipano. La “didattica alternativa” agli studenti offre la possibilità di mostrarsi attivi, non passivi residenti in quattro mura dalle quali sognano solo di evadere. Però per renderli davvero tali, attivi, interessati, c’è bisogno di un lavoro lungo. Di un’attenzione costante. Che comincia quando sono piccoli, in famiglia. Pensare che, come negli anni ‘70, un sedicenne oggi sia automaticamente interessato a gestire il tempo in autonomia è un esercizio insieme ingenuo e superficiale. Rendere responsabili e autonomi dei sedicenni oggi comporta un investimento in tempo e attenzione infinitamente più impegnativo che in passato. A noi, studenti degli anni ‘70, sembrava quasi obbligatorio partecipare alle assemblee, leggere, documentarsi.

Se non lo facevi eri considerato marginale. Le ragazze puntavano ai leaderini del liceo, piaceva il tipo intellettuale. Cinquant’anni dopo il ‘68 occorre mestamente prendere atto che stanchi rituali come la “didattica alternativa” sono non solo inutili ma anche nocivi. Stando agli studi recenti, si rimane mentalmente adolescenti fin oltre i 24 anni. Perciò...

Da decenni alleviamo generazioni che non sanno più cosa sia la fatica di applicarsi a cose complesse. Tutti creativi. O iscritti a giurisprudenza. A che serve dunque raccontarsi che gli studenti torneranno più volentieri a scuola, la sentiranno più loro, se per una settimana faranno cose diverse che ascoltare una lezione di matematica o di inglese? Stiamo vendendo, a noi e a loro, un’immensa bugia tardo sessantottina. L’equivalente di un’evasione dalla realtà, meno dannosa forse di un coma etilico ma comunque dannosa per il loro futuro. Qual è la soluzione, a parte rimpiangere il tempo che fu? Si avanza qui una modesta proposta.

Smettiamola con lo spreco del tempo. Usiamo due settimane dell’anno scolastico per quelle che Bill Gates chiamava le “Think Weeks”. Due settimane, divise nell’arco dell’anno scolastico, in cui insegnanti e allievi lasciano cellulari e computer a casa. Imparano l’arte di concentrarsi grazie a chi saprà loro insegnarla. Scoprono i vantaggi di un’attenzione non più frammentata. Siamo tutti bisognosi di apprendere cose che abbiamo dimenticato. 

Nel saggio “The deep work” l’autore Cal Newport sostiene che niente di davvero buono può essere realizzato se si è costantemente distratti dai social media. J.K Rowling si eclissò dalla rete mentre scriveva la saga di Harry Potter. Perfino Neal Stephenson, il famoso scrittore cyberpunk, rifiuta il contatto con i social quando scrive i suoi romanzi.
Non lasciamo che una ragazzina si riempia di vodka a scuola, come se fosse un qualsiasi sabato sera a campo de’ Fiori. Riempiamo la sua anima e le anime, i cuori, le menti di questi ragazzi.

Del ‘68 sono rimaste belle canzoni, i testi di Francesco Guccini e dei Nomadi che cantavano «ho visto la gente della mia età andare via/lungo le strade che non portano mai a niente/dentro le notti che dal vino son bagnate/ dentro le stanze da pastiglie trasformate» . Possibile che, cinquant’anni dopo, siamo ancora qui, a sprecare la meglio gioventù e senza neppure uno come Guccini?

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