Taglio ai vitalizi, il Parlamento ha fatto flop. E tornano i maxi-stipendi per i dipendenti

Sul fronte dei tagli ai costi della politica sono maturati in queste ore due fatti. Il primo è il rinvio (o l'addio) del Senato al progetto di limare i vitalizi dei 900 ex senatori. Come riferito ieri dal Messagero, l'ufficio di presidenza del Senato ha deciso di rinviare l'esame della delibera che avrebbe fatto scattare i tagli in attesa di sapere se saranno accolti o meno i ricorsi presentati contro l'analoga misura in vigore dalla scorsa estate alla Camera.

LIMITE DEI TRE ANNI
La norma - peraltro limitata a tre anni per evitare la sua palese incostituzionalità - avrebbe prodotto un risparmio valutato in qualcosa di più di un milione nel bilancio del senato per il 2018 su una voce di spesa di oltre 80 milioni quale è quella dei vitalizi per gli ex senatori.

Per l'anno prossimo, invece, il Senato ha già previsto una maggiore spesa per il personale. Già, perché da gennaio salta il tetto triennale per gli stipendi dei circa 2.500 dipendenti sia della Camera che del Senato che era stato imposto dopo che nel 2014 il governo Renzi aveva fissato una soglia massima di 240.000 euro alle retribuzione dei dirigenti pubblici.

Questo significa che dal 2018 i consiglieri parlamentari, cioè i funzionari che coordinano le fasi più delicate della vita del Parlamento, potranno tornare a superare i 350.000 euro di massima retribuzione che spettano a chi più di 30 anni di lavoro. Per avere un termine di paragone, il capo dello Stato Sergio Mattarella ha una retribuzione di 240.000 euro lordi e i giudizi costituzionali guadagnano 360.000 euro.

Ma anche altri dipendenti parlamentari, che svolgono funzioni sempre importanti ma meno complesse come, ad esempio, i centralinisti o i barbieri, torneranno dal 2018 a soglie massime di retribuzione semplicemente stellari, ovvero oltre i 130.000 mila euro lordi annui che significano oltre 6.000 euro netti al mese per 13 mensilità.
La storia dei tetti agli stipendi dei dipendenti parlamentari merita un supplemento di racconto. Tre anni fa le presidenze di Camera e Senato decisero di avvicinare i siderali stipendi offerti dalle Camere al tetto in vigore per i dirigenti pubblici. E decisero di applicare anche dei sottotetti a tutte le categorie di lavoratori parlamentari per distribuire il taglio su più persone e per evitare appiattimenti retributivi fra dipendenti che svolgono mansioni molto diverse.

Scattarono i ricorsi e i Tribunali interni di Camera e Senato (che sono autonomi dallo Stato grazie al regime di autodichìa) decisero di limitare a tre anni la durata dei tagli che pure hanno garantito risparmi per 25 milioni. Il tema tuttavia è destinato a riemergere nella prossima legislatura.
D.Pir.
 

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