Roma, sgozzò la cognata perché copriva i tradimenti della moglie: condannato a trent'anni

Trent'anni di carcere e un anno di isolamento notturno. E' scampato all'ergastolo solo per la scelta del rito abbreviato l'assassino protagonista di uno dei femminicidi più feroci commessi quest'anno a Roma, una sera di maggio, all'Appio. Ghenadie Gondea, operaio moldavo di 40 anni, per uccidere la cognata Natalia Gorbati, 38 anni, aveva usato il martello da carpentiere e un coltello da cucina. Col martello l'ha colpita ripetutamente alla testa e alle braccia, e con la lama le ha reciso con un solo colpo la trachea. Un taglio di ventinove centimetri, annoterà il medico legale. Un omicidio commesso in casa, in ciabatte e per rabbia contro la moglie, la sorella della vittima. Due complici agli occhi suoi, che si supportavano e che si spalleggiavano, mentre lui soffriva per gelosia. «Due poche di buono» aveva lasciato scritto in una lettera in cui inscenando il desiderio di farla finita, mai concretamente messo in pratica, rivendicava il delitto sostenendo che per troppi anni aveva dovuto subire le scappatelle della moglie. Giustificazioni di basso profilo e per di più accompagnate da nessun accenno di rimorso, secondo il pm Saverio Musolino, che la stessa sera dell'omicidio aveva arrestato il manovale con l'accusa di omicidio premeditato aggravato dalla crudeltà mentre sorseggiava del Brandy e che ieri ha chiesto e ottenuto la condanna a trent'anni di carcere. Il trambusto quella sera aveva insospettito i vicini. Ma a chi aveva bussato alla porta aveva risposto che era tutto a posto, che la cognata si era addormentata. Solo alla moglie Gondea, dopo ore di frottole, alla fine ha detto la verità al telefono. «Non ti risponde? Va bene, te lo dico. L'ho ammazzata».

I FOGLIETTI
Alla poveretta così non era rimasto che allertare un conoscente sperando che fosse solo una menzogna. Dalla porta finestra della cucina al pian terreno invece si poteva scorgere il corpo di Natalia riverso sul pavimento, evidentemente morta, «in una pozza di sangue». Su due foglietti scritti a mano poi il movente del delitto: «Mia moglie mi tradiva» ha scritto il moldavo, «Lo stesso uomo poi andava anche con mia cognata. Fino all'ultimo giorno devono pagare. Mentre loro si divertivano io sopportavo. E ci sono anche altre cose da spiegare. Adesso non ho tempo». Firmato: «Ultime parole di Addio». Ghenadie Gondea, però, invece di farla finita, quei due foglietti li ha consegnati direttamente ai poliziotti che ha atteso sotto casa, al civico 43 di via Sinopoli. «Ecco ho scritto tutto qui perché l'ho uccisa» ha detto. Poco prima invece si era raccomandato di evitare di chiamare l'ambulanza: «Non è necessaria».
 

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