Terremoto, Centro Italia in ginocchio: 15mila aziende a rischio

IL REPORTAGE
dal nostro inviato
AMATRICE Sotto la neve, cristallizzate nel ghiaccio, non ci sono solo le emozioni e le lacrime di chi ha perso tutto, ma il buio delle aziende abbandonate e silenziose, i tetti piegati delle stalle crollate, i ristoranti vuoti con le insegne spente, e i tanti sogni di chi ora ha solo voglia di abbandonare tutto, di scappare da queste scosse che non si fermano, da un terremoto senza fine su cui è precipitato un manto bianco mortale. Nella bufera di polvere e gelo che ha spazzato l'Italia centrale a pagare il prezzo più alto è un tessuto produttivo già fragile che il doppio colpo, sisma-nevicate record, ha lacerato. Forse per sempre. Perché a tenere in vita questi borghi, da Amatrice fino al Teramano, da Norcia al Chietino, erano e sono proprio le aziende. Grandi, medie, familiari, che provano a non arrendersi, lottando contro un destino che sembra invincibile e beffardo. Sono oltre 15 mila le imprese coinvolte, tra attività commerciali, industriali e agricole, mentre è impossibile calcolare i riflessi sull'indotto. I danni, tra mancate vendite, capannoni inutilizzabili e produzione bloccata, sono stimati in poco più di un miliardo, ed è difficile capire quando l'incubo potrà finire e, sopratutto, se finirà.
FILO SOTTILE
«Siamo allo stremo e c'è la tentazione di mollare - dice commuovendosi Francesco Fucili, allevatore e presidente della Coldiretti di Macerata - perché manca praticamente tutto e il tempo gioca contro di noi». Qui le cifre, ancora provvisorie, parlano di oltre 1.000 animali morti e di 1.500 aziende sul lastrico o quasi. Delle 370 stalle promesse ne sono state realizzate solo 2. «Le strutture temporanee - prosegue - dovevano arrivare entro il 9 gennaio, invece vediamo i nostri agnellini morire, non possiamo nutrirli, è una lenta agonia». La colpa, aggiunge, è della burocrazia che si è messa di traverso proprio nel momento peggiore, paradossalmente non dopo la scossa del 24 agosto, ma con l'ultima nevicata, quella di una settimana fa, che ha sconvolto, insieme al nuovo terremoto, il territorio, aprendo ferite profonde, non rimarginabili. Sul banco degli imputati ci sono tutti: Comuni, Regioni, Ente Parco. Insieme alle deroghe che arrivano e poi si bloccano, al rimpallo di responsabilità e ai litigi sulle competenze, come se la tempesta invernale non fosse stata annunciata e prevista. Gianfranco Castelli, proprietario della Sano, l'azienda più importante di Amatrice, famosa nel mondo per il prosciutto Igp e il guanciale doc, non fa sconti a nessuno. «I politici sono venuti qui a fare la passerella e poi sono scomparsi. Siamo stati senza luce per due giorni dopo la nevicata del 18 gennaio e i miei operai sono riusciti ad entrare nello stabilimento solo venerdì scorso, scavando con la pala». «Se si aspetta ancora ad intervenire - minaccia - do un paio di giri di chiave e chiudo tutto, servono atti concreti, non parole. Siamo stufi di aspettare». Nel mirino di tutti gli imprenditori del cratere c'è il mancato arrivo dei mezzi spazzaneve che, nonostante gli allarmi, erano guasti o inutilizzabili proprio in quei terribili giorni. «Oggi - continua Castelli, indicando la strada - guardi quanti ce ne sono, ma dov'erano quando servivano?». La risposta la dà Emanuela Ripani, che, stivaloni e vanga, lavora nel suo allevamento vicino Teramo: «non essendoci più le Provincie non si capisce bene chi abbia le competenze sui piani neve, il risultato è che adesso contiamo gli animali morti di freddo nella stalla distrutta. Spostandosi di pochi chilometri, in Umbria, il discorso non cambia. «Da noi - dice Carlo Catanossi, direttore della Grifo, l'azienda che raccoglie e trasforma più della metà del latte delle zone terremotate - non è stato possibile uscire con i tir e abbiamo dovuto buttare le mozzarelle e non sappiamo proprio cosa aspettarci per il futuro».
Del resto la Salaria è stata bloccata per tre giorni da Ascoli verso Accumoli, stessa sorte ha avuto la Valnerina, rimasta isolata nonostante gli avvertimenti di aziende e agricoltori. «Se nessuno ci ascolta è difficile rialzarsi visto che il 90% delle stalle è da ricostruire. Serve un aiuto immediato - sostiene David Granieri, presidente della Coldiretti del Lazio - altrimenti tra case in macerie e stabilimenti fermi qui resterà solo un deserto». Ad Amatrice e Accumoli su 456 imprese solo tre sono attive, mentre a 5 mesi dalle prime scosse sono state montate solo 77 delle 635 stalle mobili previste. «Ma lo sapete - dice infuriato - che il vincitore della gara nel Lazio per ricostruire le stalle non ha fornito le strutture ed è scomparso?». Come sta sparendo, inghiottita nella paura, l'attività turistica sia nei paesi di montagna del Lazio che in quelli in Abruzzo e Umbria, tutti colpiti dalla psicosi del terremoto. Va giù duro Giorgio Mencaroni, presidente della Confcommercio Umbria: «Turismo e commercio, specialmente nei centri storici, hanno avuto un calo del 50% e non a causa delle scosse ma perché c'è la percezione che qui sia tutto distrutto. I tour operator inglesi ci hanno cancellato dalla carta geografica. Come se Castelluccio e Preci fossero state bombardate. A rischio ci sono 5 mila realtà economiche e migliaia di posti di lavoro. Per questo faremo una campagna per dimostrare che non siamo finiti. Ma lo Stato ci deve aiutare sul fronte fiscale».
LA PARALISI
Celso Cioni, che da volontario ha dato una mano dal terremoto dell'Irpinia fino all'ultima «botta», ed è una specie di veterano, lancia un avvertimento da direttore della Confcommercio in Abruzzo, lui che ha avuto la pasticceria semi distrutta: «L'economia è al collasso, un nostro associato ha chiuso il negozio, guadagnava pochi euro al giorno, e mi ha detto che andrà a spalare la neve per sopravvivere». Lo spettro è quello dell'Aquila. Dove su mille attività presenti prima del sisma ne restano aperte solo 40. Tra nevicate e allarmi ingiustificati su nuove scosse forza sette, si fa solo un gioco al massacro. «Nessuno - aggiunge - verrà più a sciare da queste parti, sono arrivate centinaia di disdette per le settimane bianche. Per questo serve un piano per ricostruire e rilanciare il territorio, dando una speranza a chi vive qui e non vuole emigrare». Il pericolo della desertificazione è concreto, con migliaia di posti di lavoro a rischio, lo spopolamento, l'impoverimento del territorio. Gli imprenditori non fanno altro che ripeterlo. Un coro amaro che sale dal cratere, come la nebbia fredda di questi notti e che non svanisce alle prime luci del mattino.
Umberto Mancini
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(1 - continua)

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