Terapia con staminali/La ricerca italiana ha ridato la vita al “bimbo-farfalla”

L’Italia è il Paese dove oggi lavorano alcuni gruppi di ricerca leader mondiali sulle staminali, ma solo tre anni fa il Parlamento votava per sperimentare la “bufala” Stamina di Vannoni. Importanti i risultati di Luigi Naldini e Alessandro Aiuti del San Raffaele di Milano nella terapia genica con staminali ematopoietiche.

Tanto che la prestigiosa rivista Nature ha pubblicato un articolo che farà storia. L’ultima firma, che indica il leader dello studio di cui si fa il resoconto scientifico, è Michele De Luca, direttore del Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Si tratta di un caso clinico di straordinaria valenza scientifica.
Da dopo l’estate del 2015 chi avesse ascoltato una conferenza di Michele De Luca, a un certo punto lo sentiva dire più o meno questo: «Da qui in poi mostrerò immagini che sono impressionanti ed esclusive; riguardano uno studio in corso, vi chiedo di non scattare fotografie». Apparivano le foto di un bambino di sette anni, siriano, rifugiato in Germania con la famiglia, con il corpo completamente spellato e sanguinante. Il piccolo è affetto da una malattia genetica chiamata epidermolisi bollosa, per cui la proteina che tiene attaccati il derma e l’epidermide non è prodotta e la pelle si stacca a ogni contatto. Per non farlo soffrire e in attesa che morisse per infezioni o anomalie fisiologiche, era tenuto in coma farmacologico.

Chi conosce De Luca sa che quel bambino negli ultimi due anni è stato il suo principale se non unico pensiero. Con la potenza di fuoco di un gruppo di ricercatori al top nel mondo, assemblato a Modena negli anni insieme a Graziella Pellegrini, si è fatto carico di un problema allo stesso tempo clinico, scientifico e per sua natura gravato di un imponente fattore emotivo. Riprendendo studi e tecnologie già sviluppate nel 2006, ha curato quel bambino. Il gruppo ha prelevato quattro centimetri quadrati di pelle, da cui ha ricavato alcuni milioni di staminali della pelle, che hanno geneticamente corretto, fatto espandere in coltura fino a raggiungere la superficie necessaria per ricoprirne il corpo: circa un metro quadrato! La pelle geneticamente modificata è rimasta attaccata, il bimbo è stato dimesso dopo alcuni mesi e oggi conduce la vita normale di un ragazzino vivace.

Un pizzicotto che prima gli causava una lacerante ferita ora gli vale un innocuo scherzo. Nello studio è coinvolta un’impresa farmaceutica italiana, la Chiesi, che da anni è leader mondiale, grazie alla collaborazione con Modena, nelle terapie di medicina rigenerativa. 
Provi a pensare, il lettore, quanto si può essere insensati se si apprezza, come ogni persona moralmente sana non può che fare, il bene ottenuto con un tessuto umano geneticamente modificato (transgenico) che salva bambini, e allo stesso si disprezza l’uso di mais, cotone, grano, pomodori, riso, etc geneticamente migliorati che, in modo non troppo diverso, potrebbero risolvere problemi di fame, economici o di salute alimentare in molti Paesi del mondo. 
Non è mai accaduto nella storia della medicina che un tessuto solido della dimensioni 0,85 metri quadrati fosse ottenuto in coltura e che non sia degenerato perdendo funzionalità o producendo cellule tumorali. Questo vuol dire avere un controllo quasi completo sui meccanismi della rigenerazione della pelle. E poi la soddisfazione di vedersi approvare in un mese dalla rigidissima agenzia regolatoria tedesca un trattamento di trapianto equiparato a un farmaco, mentre sappiamo bene, in Italia, quanto il centro di De Luca sia stato vessato e osteggiato. 
Senza dire della lungimiranza del Comitato Etico tedesco che ha autorizzato un trattamento per uso compassionevole fondato su una solida base di dati. De Luca è anche presidente dell’associazione “Luca Coscioni per la Libertà di Ricerca” e si è speso pubblicamente insieme a Paolo Bianco ed Elena Cattaneo per bloccare Stamina. Questo dimostra a tutti i ricercatori apatici (ma pronti alle lamentele quando un loro specifico interesse è colpito), che l’impegno civile per promuovere il valore etico e politico della scienza non ostacola il lavoro scientifico d’eccellenza.

Per fortuna talvolta accade qualcosa di cui essere orgogliosi in questo Paese, dove conflitti di interesse, arroganza, collusione e pavidità troppo spesso caratterizzano anche i comportamenti di una parte consistente della comunità scientifica, per cui all’estero non raramente si dice che i ricercatori italiani «se la suonano e se la cantano». Grande sarà la sorpresa per il fatto che Michele De Luca in un Paese così fatto, con questa comunità scientifica e con questa politica, sia riuscito a ottenere nel campo della medicina rigenerativa risultati che nessun altro al mondo e con mezzi molto superiori, è mai riuscito nemmeno a pensare di poter ottenere.

(* Direttore del Dipartimento di scienze sociali, umane e patrimonio culturale del Cnr)

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