Contro Teheran Trump studia sanzioni mirate: gli Usa chiedono riunione urgente all'Onu

NEW YORK Nessun intervento unilaterale sull'Iran da parte degli Usa. Lo ha promesso ieri all'Onu l'ambasciatrice statunitense Nikki Haley al termine del Consiglio di Sicurezza. La missione Usa chiederà nei prossimi giorni l'apertura di una sessione di emergenza a New York e a Ginevra, che discuta la repressione della protesta nel paese islamico, e nel frattempo si impegna a non intervenire, in deroga all'accordo del 2015 che ha sospeso le sanzioni internazionali contro il regime di Teheran. La rassicurazione era necessaria dopo i tweet degli ultimi due giorni, con i quali Donald Trump ha assaltato il patto e promesso: «È tempo di cambiare».

L'INTERVENTISMO
La tregua potrebbe però essere di breve durata. Trump è determinato a non ripercorrere gli errori che nella sua interpretazione hanno portato gli Usa a chiudere gli occhi, mentre la Corea del Nord marciava verso la nuclearizzazione. E su questa strada è disposto a rovesciare gli equilibri presenti e abbracciare la politica dell'interventismo con la quale Ronald Reagan dette l'ultima spallata al traballante regime sovietico nella seconda metà degli anni '80. La prossima mossa secondo il vice segretario di Stato Andrew Peek potrebbe essere l'applicazione di sanzioni ad personam contro gli elementi della Guardia Rivoluzionaria responsabili in questi giorni della repressione sulle piazze iraniane. L'appuntamento successivo, quello cruciale, è invece a metà gennaio, quando Trump sarà di nuovo chiamato dal congresso a certificare il rispetto da parte degli iraniani dei termini dell'accordo sul nucleare.

Gli stessi alleati repubblicani al Senato - sotto la guida del consigliere per la Sicurezza nazionale H.R. McMaster e del segretario di Stato Rex Tillerson - starebbero lottando contro il tempo e contro il temperamento del loro presidente per formulare insieme ai democratici un testo duro contro l'Iran, ma non tanto da far saltare il patto firmato a Losanna nel 2015.

LO SCENARIO
In Iran gli Usa hanno espresso nei mesi scorsi supporto per le minoranze curde ed azere, e nelle comunicazioni ufficiali hanno parlato più volte della necessità di arrivare ad un cambio di regime a Teheran.
La strategia è suggerita dal presidente del Jewish Institute per la Sicurezza nazionale Michael Makowsky, che ha formulato un nuovo approccio alle maggiori crisi in atto nella regione. La proposta parte da un rafforzamento delle posizioni statunitensi per ostacolare lo schieramento dei quds a difesa del presidente Assad in Siria, e prevede in Iraq il respingimento delle milizie sciite. Makowsky ha invitato Trump a ridisegnare la geografia politica dei due paesi.

La Siria potrebbe essere divisa in tre parti, con la fascia costiera in mano agli Alawiti, i curdi a nord est, e i sunniti al centro dell'attuale territorio. L'Iraq dovrebbe diventare una federazione di stati che riconosca la rilevanza dei gruppi tribali, e in cui sia evidenziato il ruolo dei curdi in funzione anti iraniana. Questo terremoto territoriale potrebbe creare nuove insidie tra i paesi circostanti, e rivelarsi esplosivo per il Medio Oriente, ma Trump sembra disposto ad affrontare il rischio. I funzionari del Dipartimento di Stato di Washington hanno iniziato anche a corteggiare gli sciiti secolari dell'Azerbaijan, nel tentativo di rompere il fronte religioso proposto da Teheran nelle sue mire espansionistiche.

LE TENSIONI
Il disegno dell'amministrazione Usa è invasivo e ambizioso, e come già è emerso in altre occasioni sul fronte della politica estera, non contempla nessuna considerazione per gli interessi dei paesi amici. Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna, Europa e Russia avevano già iniziato a riallacciare rapporti commerciali con Teheran, e sono state spiazzate dal rifiuto di certificazione sul nucleare. Le tentazioni interventiste di Trump a due settimane dall'isolamento accusato nel voto su Israele, tornano a far cigolare le cerniere di un'intesa internazionale già piena di tensioni.

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