Conti segreti e vacanze a Dubai «per pagare i giudici corrotti»

ROMA La giustizia amministrativa e quella penale. Il sistema Amara-Calafiore controllava e garantiva risultati certi, per i clienti eccellenti e per i propri interessi. Gli atti delle inchieste di Roma e Messina rinviano ad altri fascicoli: da quello romano su Consip a quello milanese sulle presunte tangenti Eni. Primi attori sono i magistrati disposti a tutto, almeno secondo l’accusa, come Riccardo Virgilio, ex presidente della IV sezione del Consiglio di Stato, pronto a riassegnare gli appalti Consip, e Giancarlo Longo, il pm di Siracusa, che nominava come consulenti nelle inchieste i soci dei due legali. Alla fine sarebbero state aggiustate sentenze per 400 milioni di euro. 

CONSIP
Dagli atti dell’inchiesta romana, condotta dai pm Luca Tescaroli e Stefano Fava, emerge come Virgilio, attraverso un fondo maltese di Armaro e Calafiore, sia riuscito a riportare in Italia 751mila euro. «Virgilio avrebbe ricevuto tali utilità - si legge nell’ordinanza - per la sua funzione di presidente di sezione del Consiglio di Stato, nonché per avere emesso e per emettere numerosi provvedimenti verso soggetti seguiti da Amara e Calafiore». E c’è anche l’appalto “Scuole belle”, perché il Consiglio di Stato ha ribaltato la decisione del Tar, assegnando la commessa per «l’affidamento dei servizi di pulizia delle scuole» alla Ciclat, la coop che Consip aveva bocciato. Va allo stesso modo per le commesse di Ezio Bigotti, finito ai domiciliari per la distrazione di 39 milioni di euro della Gefi fiduciaria romana srl, e indagato nell’inchiesta Consip per le presunte pressioni, attraverso Denis Verdini, su Luigi Marroni, ex ad Consip. Sono almeno 14, tra ordinanze e provvedimenti, le decisioni in cui Virgilio ha dato ragione al numero uno di Cofely.

IL COLLABORATORE
Non è l’unica inchiesta che il pm Longo avrebbe tentato di depistare. Comincia tutto nel 2016, quando Alessandro Ferraro, un collaboratore di Amara oggi in manette, denuncia alla procura di Siracusa di essere stato vittima di un tentativo di sequestro. Longo si autoassegna il fascicolo. E imbastisce un’inchiesta su un presunto complotto internazionale ai danni di Eni e dell’allora ad Claudio Descalzi di cui parla un personaggio citato da Ferraro, il tecnico petrolifero Massimo Gaboardi. Il pm falsifica gli atti, ottiene dal collega milanese le risultanze delle sue indagini su un presunto giro di tangenti e sul depistaggio. Oggi hanno perquisito Massimo Mantovani, l’ex responsabile dell’ufficio legale Eni fino all’ottobre 2016 e attuale “Chief Gas & Lng Marketing and Power Officer” indagato per associazione per delinquere finalizzata ad una serie di reati. Secondo la procura milanese lui ed Amara sarebbero gli organizzatori delle presunte manovre di depistaggio al fine di condizionare le inchieste milanesi su una tangente di un milione 300mila euro per cui proprio De Scalzi è finito a processo. «Longo - si legge - ha proceduto all’audizione di informatori, senza l’ausilio di segretari o di personale di polizia giudiziaria ma ha addirittura formato falsi verbali ed intrattenuto un’interlocuzione diretta con alte Procure, senza informarne preventivamente il procuratore». 

LE TELECAMERE
Alla fine Longo si accorge di essere controllato. Cerca le telecamere nel suo ufficio e quando sarà fermato butterà via il suo cellulare. Si legge negli atti: «Longo, visibilmente preoccupato per l’acquisizione dei fascicoli dal nucleo di polizia Tributaria di Messina si dedicava alla spasmodica ricerca di eventuali periferiche ambientali o di telecamere. Controllava sotto il tavolo, spostava un mobile con sopra una pianta, saliva sulla scrivania per ispezionare la plafoniera, senza tuttavia che le ricerche avessero esito positivo». 

Leggi l'articolo completo su Il Messaggero
Outbrain