Scuole autogestite, una moda che può mettere nei guai i prof e gli studenti

Nelle scuole l'autogestione viene considerata una protesta leggera, ma le conseguenze possono essere pesantissime. L'autogestione infatti spesso viene concordata a tavolino tra gli studenti, i dirigenti scolastici e il corpo docenti. Le lezioni alternative vengono messe a punto in base a programmi precisi e l'atmosfera, tra i corridoi della scuola, dovrebbe essere rilassata e senza scontri interni. L'autogestione infatti non prevede lo scontro tra studenti favorevoli e contrari alla protesta, né crea dissidi con la presidenza anche perché, al contrario dell'occupazione in cui i ragazzi prendono possesso della scuola notte e giorno, con l'autogestione la scuola non sporge denuncia per interruzione di pubblico servizio. Ma, a ben vedere, tanto leggera l'autogestione non è.

Anzi, se durante i giorni di corsi gestiti dagli studenti, qualcosa dovesse andare storto, a rimetterci maggiormente spesso sono i dirigenti scolastici e gli insegnanti. Chiamati a vigilare su quel che accade come nelle normali giornate di scuola. Nonostante la situazione nelle aule sia ben diversa, con le lezioni portate avanti dai ragazzi sparpagliati nei diversi locali dell'edificio. Eppure la responsabilità resta nelle mani degli insegnanti e del dirigente scolastico.

IL RUOLO
L'ultimo caso allarmante, quello del liceo Russell di Roma, dove una ragazza di appena 15 anni è svenuta per le scale a causa dell'alcol ingerito, ne è la prova. In quel caso, addirittura, si è trattato della settimana di didattica alternativa organizzata in concomitanza con i corsi di recupero per le insufficienze. I docenti erano quindi presenti a scuola, nelle classi. Le indagini delle forze dell'ordine, accorse al liceo non appena la giovane è arrivata in ospedale in gravi condizioni, dovranno verificare come siano entrate bottiglie di alcol nell'edificio. E qualcuno dovrà risponderne, visto che la ragazza è minorenne ed era stata affidata alla scuola in orario scolastico.

«Purtroppo negli anni - spiega Mario Rusconi, presidente dell'Associazione nazionale dei presidi del Lazio - le scuole hanno escogitato varie forme di didattica alternativa, come le autogestioni, per evitare l'occupazione della scuola da parte degli studenti. Una sorta di accordo tra i ragazzi da un lato, il dirigente scolastico e i docenti dall'altro. Ma spesso si rivela un boomerang. Il personale scolastico infatti durante le occupazioni resta fuori dall'edificio, mentre con l'autogestione è presente nella scuola: vale a dire che restano salde le sue responsabilità nei confronti dei ragazzi e della sicurezza. Diventa tutto più difficile: un conto è controllare 25 ragazzi tutti in un'aula mentre si fa lezione, un altro conto è sorvegliare 25 ragazzi in giro per la scuola tra laboratori e workshop. Servono un piano organizzativo e un preciso controllo. I docenti rischiano sia sul piano penale sia su quello disciplinare».

LA NORMA
Nel caso delle occupazioni infatti il dirigente scolastico è tenuto a denunciare l'impossibilità di entrare nella scuola e di portare avanti la didattica. In quel caso le conseguenze sono completamente diverse e a carico degli studenti. A cominciare dall'interruzione di pubblico servizio al mancato raggiungimento della soglia minima dei 200 giorni per lo svolgimento delle lezioni. Il Testo Unico della Scuola, infatti, prevede un limite massimo del 25% di assenze per gli studenti che, se lo superano, perdono l'anno. Senza contare i danni che subiscono gli edifici durante le varie forme di protesta: dagli arredi ai computer, dagli accessi forzati alle scritte sui muri. Ogni anno fioccano le punizioni per i ragazzi che occupano tra sospensioni, 5 in condotta e gite bloccate per tutti.

C'è poi un altro aspetto da considerare: secondo una stima dell'Associazione nazionale dei presidi, ogni ragazzo costa allo Stato 8mila euro l'anno, vale a dire 40 euro al giorno. Quindi una classe intera, con una media di 25 iscritti, costa mille euro al giorno e quindi, in una scuola di 30 classi, i soldi investiti ogni giorno sono circa 30mila. Basta moltiplicarli per i giorni di occupazione per capire a quanto ammonta la perdita. Oltre alle centinaia di migliaia di euro che ogni anno si registrano per riparare i danni provocati dalle occupazioni: soldi che potrebbero essere spesi per acquistare materiali didattici o per ristrutturare le aule che cadono a pezzi.

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