Scuola, cosa chiedono i professori

Una corsa contro il tempo per lasciare la scuola e i suoi docenti senza troppi malumori: è così che il governo si prepara ad arrivare al 4 marzo, chiudendo una legislatura che lascia aperte ancora tante questioni nel mondo della scuola, proprio in quel settore in cui ha puntato tutto o quasi. Senza ottenere però i risultati sperati. La corsa ai ripari, prima delle urne, è fondamentale visto che in classe ci sono qualcosa come un milione tra docenti, presidi e personale scolastico. Tutti elettori, in parte delusi dal governo di centro sinistra e in attesa di risposte. Dalla riforma della Buona Scuola infatti, voluta e illustrata direttamente dall'ex premier Matteo Renzi, è stato un crescendo di dissidi e proteste dal precariato ai dirigenti scolastici.

La legge 107 infatti, pur volendo rinnovare il sistema scolastico dal di dentro per puntare al futuro tra digitalizzazione e assunzioni straordinarie, ha lasciato scontenta buona parte del personale dai supplenti in attesa di assunzione, alle maestre diplomate assunte e poi bocciate dal Consiglio di Stato, dai presidi in attesa di uno stipendio adeguato ai concorsi che arriveranno nel 2018 e proveranno a snellire le graduatorie dei precari storici. Senza contare la partita del rinnovo del contratto e degli aumenti del personale. Tutti temi caldissimi, motivi di scioperi e manifestazioni che hanno infiammato il 2017 e non accennano a fermarsi. I sindacati infatti restano in attesa di riscontri e promettono di dare battaglia. In un fronte compatto, Fcl Cgil, Cisl Fsur, Uil Scuola e Snals assicurano: «Saremo interlocutori esigenti - come sottolineato dai segretari generali Francesco Sinopoli, Maddalena Gissi, Giuseppe Turi e Elvira Serafini in un fronte compatto - con le forze politiche impegnate nell'imminente campagna elettorale e più ancora col nuovo Parlamento e il nuovo Governo. Nell'interesse dei lavoratori che rappresentiamo, ma con benefici evidenti anche per l'efficacia del sistema di istruzione e ricerca del Paese».

Stipendi da dirigenti per i presidi
Parola d'ordine: piena perequazione retributiva con i dirigenti della pubblica amministrazione. Un traguardo ancora lontano per i presidi che, in quanto dirigenti scolastici, aspettano da anni uno stipendio adeguato alle loro mansioni. Con responsabilità sempre maggiori nella gestione delle scuole. L'armonizzazione promessa dalla ministra Valeria Fedeli, con una media di 400 euro in più al mese, è un passo avanti ma non lascia ancora soddisfatti. L'Associazione nazionale dei presidi lo scorso 25 maggio è scesa in piazza portando a Roma 3 mila dirigenti da tutta Italia e ha ottenuto un primo risultato ma la protesta va avanti. Anche in vista delle reggenze destinate a crescere anche il prossimo ano nonostante il concorso sia stato già bandito per 2425 posti: difficilmente infatti i vincitori, su un totale di 35.044 domande inoltrate, saranno a guida delle scuole per settembre 2018. Nel frattempo ci saranno nuovi pensionamenti che andranno ad aggravare la situazione delle reggenze. Oggi sono oltre 1700 infatti le scuole date in reggenza, affidate quindi alla guida di un preside che di fatto è di ruolo in un'altra scuola. Dirigenti a metà, dunque, sia per gli stipendi sia per le scuole tra cui devono dividersi.

Ripensare il diploma in quattro anni
Il diploma in 4 anni ora è possibile, parte la sperimentazione in 100 istituti ma i sindacati avvertono: «così si tagliano gli organici». Entra nel vivo la sperimentazioni dei corsi quadriennali nelle scuole superiori per arrivare a un diploma che sia in tutto e per tutto uguale a quello tradizionale: dal 2018-2019 partiranno 100 nuove sezioni a cui sarà possibile iscriversi nei prossimi giorni. Il ministero dell'istruzione, vagliando le domande ricevute dalle singole scuole e considerando le loro potenzialità in base alla qualità dei percorsi e all'innovazione didattica, ha scelto 44 scuole al Nord, 23 al Centro e 33 al Sud. Si tratta di 75 indirizzi liceali e 25 tecnici, sono 73 le scuole statali e 27 le paritarie. Per ora sono 100 ma il ministero chiederà l'autorizzazione al Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione anche per le 92 rimaste fuori. Un'iniziativa che non piace ai sindacati che temono le ripercussioni sugli organici: «l'operazione - spiega Marcello pacifico, segretario dell'Anief - potrebbe sottintendere l'obiettivo di tagliare un anno di corso di studio e cancellare, una volta a regime, circa 30mila cattedre e anche delle unità di personale Ata».

L'assunzione dei docenti precari
Per ridurre le fila dei precari della scuola, la ministra Valeria Fedeli ha annunciato per il 2018 tre concorsi per i docenti della scuola superiore: il primo, di cui si aspetta il bando a giorni, sarà riservato ai precari già abilitati. Le graduatorie di merito che si formeranno saranno regionali e compilate in base ai punteggi di una prova orale, per un massimo di 40 punti, e in base ai titoli e al servizio pregresso per un massimo di 60 punti. Per i non abilitati con tre anni di servizio è previsto invece un secondo concorso, per il quale verrà firmato il decreto a fine febbraio, a cui poi seguirà il concorso ordinario per laureati con i 24 crediti formativi universitari previsti. I vincitori del terzo concorso saranno immessi direttamente in percorsi triennali di formazione, i cosiddetti FIT, per cui è prevista una prova finale di valutazione. Superata quella si accede all'immissione in ruolo. «D'ora in poi - ha spiegato la Fedeli - i concorsi avranno cadenza biennale. Le nuove regole garantiranno un'ancor maggiore qualificazione professionale delle docenti e dei docenti. E consentiranno alle e ai giovani che vogliono insegnare di non dover affrontare percorsi dal futuro incerto».

Da subito gli aumenti in busta paga
Tempi brevi. E' quel che ha chiesto il Governo e la stessa ministra Fedeli per il rinnovo dei contratti del personale della scuola. Un modo per chiudere la legislatura portando a casa un risultato importante e atteso dall'intero comparto da anni. La trattativa all'Aran, l'Agenzia di rappresentanza negoziale pubbliche amministrazioni, è iniziata ieri con i sindacati decisi a difendere l'accordo del 30 novembre 2016, in base al quale gli aumenti stipendiali devono essere pari a 85 euro lordi mensili, in media. L'accordo prevede anche misure precise per altri temi, come ad esempio l'organizzazione del lavoro, che devono essere materia di contrattazione. Fanno parte della trattativa anche i 60 milioni di euro, scaglionati dal 2018 al 2020, stanziati nella legge di Bilancio per valorizzare i docenti in base al merito. In sede di contratto infatti verranno stabiliti i criteri con i quali saranno giudicati e premiati i migliori docenti che si impegneranno nella formazione, nella ricerca, nella sperimentazione didattica o nella diffusione di modelli di didattica per lo sviluppo delle competenze.

Una soluzione per le maestre diplomate
Sono state ammesse con riserva nelle graduatorie ad esaurimento e poi una parte di loro è stata anche assunta, ma sempre con riserva. Ora però il Consiglio di Stato boccia la procedura e per loro, quasi 6 mila di ruolo e oltre 55 mila in graduatoria, è tutto da rifare. Un problema complicato da risolvere quello che vede i diplomati magistrali prima del 2001, per lo più donne, prima inserite grazie a vari ricorsi nelle graduatorie ad esaurimento da cui il Ministero attinge per le assunzioni e poi rispedite nelle graduatorie di istituto per abilitati da cui si esce, per salire in cattedra di ruolo, solo con il concorso. Si tratta di maestre che hanno, alle spalle, anche dieci e più anni di supplenza al servizio della scuola. Per loro la strada ora si allunga e si fa ripida: promettono scioperi, manifestazioni e sit-in di protesta. Si comincia l'8 gennaio con agitazioni in tutta Italia e presidio Cobas sotto le finestre del ministero dell'istruzione in viale Trastevere a Roma. Tutti sindacati si sono mobilitati e domani la questione verrà affrontata in un primo incontro al Miur per trovare una soluzione politica. Visto che il Consiglio di Stato ha dato il suo parere definitivo.

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