Quanto pesa nelle urne l’incognita europeista

Ci avviamo al voto per il Parlamento della XVIII Legislatura con una nuova legge elettorale, approvata in fine di Legislatura, per sostituire i due testi usciti dalle sentenze della Corte costituzionale, con cui erano stati giudicati illegittimi il cd. Porcellum e il cosiddetto Italicum. La legge, simile per Camera e Senato, si basa sulla attribuzione di 1/3 dei seggi in collegi uninominali (232 per la Camera, 116 per il Senato) e due terzi su base proporzionale (386, 193), a cui vanno aggiunti i seggi riservati all’estero. A differenza delle precedenti leggi elettorali, non c’è premio di maggioranza e la maggioranza necessaria per governare va conquistata sommando seggi uninominali e seggi proporzionali.

È noto agli esperti, ma non ancora agli elettori, che non è ammesso il voto disgiunto, vale a non c’è la possibilità di esprimere una preferenza separata tra voto per il candidato nel collegio uninominale e voto per i partiti nei collegi proporzionali. Al di là della discussione sulla presunta incostituzionalità di tale scelta - vizio che a chi scrive non pare esistente - è qui che si annida il vero arcano sul funzionamento della nuova legge elettorale, in cui logica maggioritaria e logica proporzionale convivono. Nei collegi uninominali vince chi prende più voti degli altri candidati; in un sistema tripolare si può vincere il seggio già con il 33-35 per cento dei voti espressi. In un sistema quadripolare può essere sufficiente anche una percentuale minore.

E allo stato, sono almeno quattro gli schieramenti che si presenteranno, pur con diverse possibilità di successo nei collegi uninominali: centro-destra, basato su di un’alleanza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia; Movimento Cinque Stelle; Pd in un’alleanza di centro-sinistra; sinistra di “Liberi e uguali”, ancora non è chiaro se con uno o più simboli. Non è improbabile, poi, che si presentino anche altri schieramenti, che, pur raccogliendo percentuali bassissime, puntino comunque ad una presenza di testimonianza. Nei collegi uninominali c’è un nome e un cognome, c’è la faccia di un candidato; ma quella faccia è inevitabilmente legata a uno o più simboli di partito. Chi prende il candidato, prende anche il partito; chi prende il partito, prende anche il candidato.

E, allora, il grande interrogativo di questa tornata elettorale è cosa conterà di più: la faccia del candidato nei collegi uninominali o il simbolo del partito nei collegi proporzionali? Cosa farà l’elettore di centro-sinistra, dovendo scegliere tra un nome storico della sinistra schierato con “Liberi e uguali” e un centrista “paracadutato” nel collegio per esigenze di alleanza? E un elettore moderato di centro-destra, dovendo scegliere tra un estremista antieuro e un moderato di centro-sinistra? Ovvero, quanti elettori saranno spinti a scegliere il Movimento Cinque Stelle a causa di candidature “impresentabili” delle altre coalizioni nei collegi uninominali? In queste elezioni, anche in Italia, lo spartiacque non sarà solo destra-sinistra, ma anche “Europa si, Europa no”: questi spartiacque non passeranno solo nel Parlamento dopo le elezioni per formare una maggioranza stabile di governo, sia essa corrispondente alle coalizioni o ad esse trasversale, ma anche tra gli elettori nel momento dell’espressione del voto. E il particolare sistema di voto può spostare proprio quella fascia marginale - ma comunque elevata - di votanti che nei collegi uninominali contendibili (che sono sempre di più in ragione del carattere quadripolare della competizione) può avere un effetto decisivo sulla vittoria del seggio nel collegio e influire così sulla formazione delle maggioranze possibili.

Qualcosa di più sull’esito delle elezioni lo capiremo a fine gennaio quando vedremo le candidature: solo allora saremo in grado di valutare con una qualche approssimazione quanto la scelta del candidato uninominale può influire sulle scelte degli elettori, incidendo sulle preferenze politiche. Ma fino all’ultimo l’esito politico di queste elezioni rimarrà incerto: troppe variabili influenzeranno fino all’ultimo prima le scelte degli elettori e poi quelle dei partiti in Parlamento.

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