Roma, la vittima della metro: «Dolori atroci e ho perso i denti, ma nessuno si è mai fatto vivo»

l macchinista della metro B che guidava il convoglio che l’ha trascinata via è tornato al suo lavoro e riavrà il suo stipendio. Lei, Natalya Garcovich, 43 anni, avvocato bielorusso da un anno in Italia, è ancora sulla sedia a rotelle, ha perso tutti i denti e non può nutrirsi che di liquidi e frullati. C’è solo Olga, la sorella di due anni più piccola, con lei ad accudirla in un centro di riabilitazione a Nord di Roma. A lei affida le sue parole di disperazione. Nessuno le ha mai aiutate in questi primi mesi di calvario. Presto sarà dimessa e non ha nemmeno un posto dove andare.

Il macchinista è stato in parte discolpato dall’azienda, Natalya come si sente oggi?
«Come una persona il cui unico obiettivo è sopravvivere al dolore. Ho il bacino completamente distrutto da ben undici fratture. Mi fa male tutto, dolori lancinanti, atroci, insopportabili. Non so se e quando tornerò mai a camminare e, quindi, anche a lavorare. La mia vita è rovinata fisicamente e psicologicamente».

Qualcuno le ha chiesto scusa, si sono fatti vivi dall’Atac o dal Campidoglio? Vi hanno offerto un aiuto?
«Nessuno, neanche una telefonata. Né dall’azienda, né dal macchinista o dal Comune. Nemmeno un messaggio. Non si è visto mai nessuno, neanche per una volta, nessuno si è interessato. Mia sorella e io non vogliamo nemmeno pensare a che cosa sarebbe accaduto su quella banchina a Termini se ci fosse stato un bambino: sarebbe morto dieci volte stritolato dal treno. Noi ci chiediamo ancora come ho fatto a vivere io. Anzi, a sopravvivere».

In un’intervista di settembre al Tg2 ha detto che vuole giustizia...
«Certo. Al posto mio ci sarebbe potuto essere chiunque altro. E non deve più accadere. Questa è la cosa più importante. Ma ora chi è responsabile di quel che mi è successo? Nessuno? Ho subito già un delicato intervento chirurgico, ho perso tutti i denti e non riesco più a masticare. Ecco come sono ridotta».

Olga in questi mesi ha fatto la spola tra la sua abitazione nella provincia di Latina e Roma per sostenere la sorella. È preoccupata per il vostro futuro, per la convalescenza che dovrà sostenere e anche per il corso della giustizia. 
«Non potremmo non esserlo. Siamo sole in Italia. Olga è già da dieci anni a Roma, io da meno tempo. Non parlo bene l’italiano, ma lo capisco e mi faccio capire. Non sono sposata, non ho figli. Non abbiamo più i genitori, la vita non ci ha sorriso».

I medici sostengono che questo fine settimana potrebbe essere dimessa. Lei prima dell’incidente aveva trovato una sistemazione in una casa famiglia. Ora dove andrà?
«Non si sa. Non lo sappiamo ancora. Non abbiamo un posto dove stare. Olga vive a casa di un’amica che la ospita, non ha un’abitazione propria e non ha uno spazio idoneo per assistermi. Anche se cercherà di farlo in ogni modo come ha fatto fino adesso, ma sarà dura».

Sarà una lunga riabilitazione?
«Sì. Dovrò fare fisioterapia di continuo e prendere medicine. Ma con che cosa camperemo nel frattempo? Se non posso camminare come farò a lavorare? E nessuno ha colpa?».
 

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