Noi, perfidi sacerdoti della carrozza “silenzio”

Dove vivi? chiedono a cena persone che non ti conoscono. "Tra Roma e Parigi" rispondo. Ma non è la verità. In realtà vivo sulla mia casa viaggiante Trenitalia, il Freccia Rossa. A volte su Italo. Quasi sempre sulla rotta Roma-Milano (o viceversa).

Dal 2005 occupo la mia casa viaggiante in giorni e orari sempre diversi. Vi ho consumato più di una vigilia di Natale, centinaia di pasti, e, quando c'erano ancora i vagoni letto su questa tratta, ho pure dormito. Ho sperimentato tutti i menu, coltivo una certa nostalgia per i bei tempi in cui c'era un vero ristorante e ti servivano un fumante spaghetto al pomodoro. Ora ci sono i sandwich di Cracco e piuttosto digiuno. Alla disperata, opto per l'insalata di farro: ma a ogni viaggio borbotto tra me e me perché 18 euro per quelle tre cucchiaiate di farro somigliano a un furto e parecchio da vicino.

Sulla mia casa viaggiante non attacco quasi mai bottone ma, qualche volta, attacco briga. Nel senso che mi alzo e (quasi sempre) educatamente protesto. Mi sento in qualche modo legittimata per via del cospicuo e personale contributo che da dodici anni devolvo alle casse di Trenitalia.
Attacco briga sempre e solo per un motivo: i miei logorroici compagni di viaggio della carrozza silenzio.
La carrozza silenzio, nomen omen, è piccola e raccolta. Sempre più piccola, purtroppo. Noi fedeli, devoti al culto del silenzio, la scegliamo per ovvi motivi: nelle tre ore del Roma-Milano leggiamo, lavoriamo, dormiamo e soprattutto contiamo sulla comune difesa del privilegio di astenersi dalla parola. Capita purtroppo che nel nostro ghetto si introducano viaggiatori ignari delle regole del tempio. Noi, vecchie volpi della carrozza numero due, li decodifichiamo subito.

Intanto perché, se sono due o più colleghi di lavoro, si consentono perfino commenti sul risultato della riunione. Ridono, addirittura. Nel tempio! Tra noi, adepti della regola benedettina ora et labora ma solo tra te e te, il gruppo “colleghi in viaggio” viene immediatamente percepito come pericolo stabile. Speriamo che scendano a Bologna. Invece no, quasi sempre ce li teniamo fino a Roma. Da una poltrona all'altra tra noi monacI del silenzio scoccano occhiate inquiete. Sappiamo di non poter intervenire se non a viaggio iniziato. Restiamo vigili. Complici e vigili.
Ma la vera e propria azione ostile, l'attacco meditato e posto in essere da uno di noi per conto dell'intero gruppo dei fedeli, scatta di fronte al singolo che, ignaro di essere capitato nella carrozza silenzio, appena il treno è partito estrae dalla tasca (o dalla borsetta) il cellulare e festoso comincia a raccontare i fatti suoi.

"Ciao Enzo, allora ti volevo dire.." esordisce l'incauto. Tra noi è questione di qualche sguardo e di qualche minuto. Resistiamo per poco.  Poi uno si alza e con cortesia avvicina il malcapitato telefonante. A volte non è neppure necessario rompere la regola del silenzio. Un dito alzato a indicare la mascherina che, applicata in basso sul finestrino, segnala che quella è una carrozza silenzio.
Di norma il telefonante realizza l'errore, abbassa il tono della voce e da quel momento in poi se gli arriva una telefonata si alza e prosegue in corridoio. Naturalmente, non sempre va così. C'é chi, come si dice a Roma, non ci vuole stare.

"Non c'è scritto che non si può parlare" replica il polemico, in cerca di cavilli. Di solito sono avvocati.
Le più restie ad arrendersi sono le donne oltre la cinquantina: tre ore senza chiacchiere? E come si fa?
Tra noi devoti del silenzio vige la regola di alzarsi a turno per riportare all'ordine il vagone. Dovendo incassare una certa quantità di improperi, certamente pensati se non apertamente pronunciati, preferiamo condividere il rischio e massimizzare le perdite.
Ma in quindici anni di servizio d'ordine non mi è mai veramente capitato di litigare. Una volta qualcuno s'è vendicato su Twitter, ma ci sta.

Considero preziosa questo mio pluriennale e gratuito servizio reso a Trenitalia e alla nostra comunità carrozza silenzio. Spero che al compimento del ventesimo anno di viaggio la compagnia mi regali un orologio e anche una pergamena ricordo. 

Come inquilina della mia casa viaggiante negli anni ho visto cambiare gli italiani (dei turisti mi occupo meno). Quando ho cominciato, nel 2005-2006, per dire, i giornali si vedevano ancora. Perfino i libri. Poi, piano piano, si sono rarefatti. Oggi tutti, me compresa, disponiamo di un tablet. Forse i quotidiani li leggiamo là. Di sicuro quelli sotto i 45 anni sul tablet fanno altro. Se maschi, giocano con qualche app o guardano un film. Se femmine, sotto i 45 si distraggono dando un'occhiata alle giacche o alle scarpe che vorrebbero comprare.

Nella categoria signore over 60, invece, il fascino della carta resiste ancora. Che sia un quotidiano, un rotocalco o la Settimana enigmistica, loro sul treno non salgono se non hanno un giornale. I maschi coetanei delle over 60? Dipende. Il professionista legge cose di lavoro. Il pensionato tenderebbe alla chiacchiera telefonica (certo se ha la sfiga di incontrarmi gli va male). Qualcuno ascolta musica con le cuffie.

Cosa che sto facendo anche io. Ora. Il panorama che si vede dalla mia casa viaggiante è bellissimo, passando per la Toscana, incrociamo scorci di campagna e di fiume di commovente bellezza. In quei momenti lì, perfino noi zelanti osservanti della regola del silenzio, diventiamo più buoni. E se uno risponde al cellulare facciamo finta di niente. E' solo un attimo, però.  Poi si torna carogne.

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