Luis Sepúlveda: ecco perché dobbiamo continuare a sognare e non arrenderci mai

Luis Sepúlveda, 68 anni, è uno degli ospiti d’onore di Più libri più liberi. Lo scrittore cileno, celebre per i suoi romanzi, da Il vecchio che leggeva romanzi d’amore alle ultime favole che hanno conquistato il pubblico italiano, è un uomo che ha fatto dell’impegno un modo di essere. E il suo ultimo libro si intitola, per l’appunto, Storie ribelli. 

Cosa vuol dire essere ribelli, oggi? 

«È sempre sinonimo di resistere. Ha un significato etico».

Cosa risponde a chi la critica e la definisce un “professionista del dissenso”? 

«Non mi piace. Ho mostrato dissenso quando era necessario farlo, e ho appoggiato ciò che meritava il mio sostegno».

Qual è il reale “potere dei sogni” - titolo di una parte del suo libro? 

«Come diceva il vecchio Hölderlin (poeta tedesco, ndr): l’uomo quando pensa è un mendicante e quando sogna è un dio».

Lei scrive a proposito dei desaparecidos: “abbiamo imparato a vivere con coloro di cui sentiamo la mancanza, perché sono parte di noi”. Il loro sacrificio non è stato vano?

«No. Non è stato un sacrificio vano. Sono morti per una causa nobile, che si chiama vivere con dignità».

Quando gli agenti di Scotland Yard hanno arrestato Pinochet, che aveva appena incontrato l’ex premier del Regno Unito, Margaret Thatcher, la sua stima per la democrazia britannica è aumentata esponenzialmente. È vero? 

«La detenzione di Pinochet dimostrò che era possibile compiere un atto di giustizia, e questo è sempre un fatto ammirabile».

Non la pensa così, però, sulla questione di Gibilterra. E sulle scimmie che ne dominano la Rocca. Sono dunque simboli del potere britannico come i corvi della Torre di Londra?

«Sì. Sono simboli di un potere coloniale nostalgico e che ora difende un paradiso fiscale in Europa».

Lei afferma di scrivere per “resistere” alla negazione di valori come fraternità, solidarietà, senso di giustizia. Ci sono altri autori che scrivono, secondo lei, per le stesse ragioni?

«Per nominare solo alcuni: Elsa Osorio, Mempo Giardinelli, Ramón Díaz Eterovic, Almudena Grandes. La lista sarebbe molto lunga».

Un suo ricordo di Manuel Vázquez Montalbán?

«Ci manca molto Montalbán, per capire tutto quello che succede in Spagna e nel mondo».

Cosa ne pensa del recente caso di Pablo Neruda, il cui corpo è stato riesumato e che sarebbe stato ucciso da una tossina, o un veleno?

«Il risultato della ultima autopsia è convincente: il poeta fu assassinato e i colpevoli devono pagare per questo crimine».

Lei sostiene che chi scrive in spagnolo è, in modo più o meno consapevole, discepolo di Cervantes. È così anche per lei?

«Ciò che ci ha lasciato Cervantes è molto importante e io mi sento suo erede».

Lei scrive pagine molto belle su un cinema situato “alla fine del mondo”, in Terra del Fuoco. Cosa ha imparato da quel viaggio?

«Ritorno sempre in questi luoghi alla fine del mondo e ogni viaggio mi lascia qualcosa di nuovo. A volte lo racconto, e altre volte ne restano solo ricordi intimi».

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