La sovranità dei luoghi di culto nodo irrisolto della Città Santa

Tutto come da copione, verrebbe voglia di dire. Ma allora qualcuno chiederebbe subito dov’è il copione, chi lo ha scritto, chi deve recitarlo. E magari si scivolerebbe sulla solita buccia di banana del complottismo. I piedi, invece, è bene tenerli saldamente per terra: dal momento che la situazione è, sotto il profilo storico e politico, maledettamente interessante. Cioè molto seria: per quanto non la si possa ancora definire grave. 

Anzi, a dirla tutta come sta, potrebbe trattarsi dei soliti fuochi di paglia. Finora, tutto scontato. Manifestazioni in Cisgiordania e nella “striscia di Gaza”, bandiere statunitensi e israeliane incendiate, poster di Trump e di Nethanyahu dati alle fiamme, voci (non confermate) di missili che sarebbero stati indirizzati contro il territorio israeliano e, come sempre, efficacemente intercettati dallo scudo protettivo Iron Dome. Mobilitazione straordinaria delle forze armate israeliane, pressioni sui confini dei “territori occupati”, arrivo di marines nel Vicino Oriente per tutelare le sedi diplomatiche Usa. Dichiarazioni dei paesi arabi e musulmani che vanno dal preoccupato all’incandescente, controdichiarazioni trionfalistiche del governo di Gerusalemme che registra come alcuni paesi (ma per ora si parla solo di Filippine e di repubblica ceca) avrebbero deciso di seguire l’esempio statunitense o addirittura di bruciare i tempi anticipandolo. Ma fra il dire e il fare c’è di mezzo un mare ben più largo di quello di Levante o del Mar Rosso. Probabilmente il can-can delle manifestazioni e delle prese di posizione, anche drammatiche, durerà qualche giorno: poi da qualche parte scoppierà un’altra bomba, oppure ci sarà un crack di borsa, o magari avremo un grande evento sportivo di portata internazionale: e volteremo pagina, salvo poi tornar a Gerusalemme alla prossima occasione. D’altronde, lo spostamento di un’ambasciata è una faccenda lunga, delicata, complessa, che richiederà tempo e che i suoi eventuali protagonisti hanno tutto l’interesse a tirar per le lunghe e a far passare il più possibile inosservata. Insomma, finora non siamo a nulla di più della normale amministrazione, magari un po’ isterizzata dai media che, si sa, debbono pur fare il loro mestiere. 

Comunque, un consiglio: non fatevi distrarre dalle notizie “di colore”, anche da quelle drammatiche. Ci saranno forse scontri, forse episodi anche gravi di antisemitismo o di terrorismo, chissà che non ci scappi – che Dio non voglia – anche qualche morto. E’ evidente che sono in parecchi a sperare in qualche fatto che sposti l’attenzione dell’opinione pubblica dal fatto politicamente e diplomaticamente serio e grave ai più vari eventi-civetta, che faranno scivolare il dibattito (se non il litigio) verso orizzonti secondari: chi se la prenderà con l’Iran che auspica la riscossa palestinese (e come, con i “territori occupati” che quasi non esistono più, fagocitati dagli insediamenti dei coloni sionisti?), chi con Putin che gestisce freddamente il fronte antitrump e via discorrendo, di banalità in banalità. 
Ma gli scenari politici e diplomatici veri e propri, quelli che contano, in che cosa si stanno modificando? Che cosa dobbiamo aspettarci? Salvo drammatici colpi di scena (che, sia chiaro, sono pur sempre possibili), il fatto è che la decisione di Trump ha segnato un salto di qualità nelle scelte del governo Usa. Dal 1967 esso, in quanto membro permanente (insieme con Gran Bretagna Francia, Russia, Cina) del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha “congelato” – esercitando il suo “diritto di Veto” – le risoluzioni 242 e 478 adottate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che imponevano a Israele di rientrare nei confini anteriori alla guerra del 1967 e respingevano come illegittima sul piano del diritto internazionale la decisione del suo governo di dichiarare Gerusalemme “eterna e indivisa capitale dello stato ebraico”. La questione fondamentale, qui, era quella dell’indivisibilità: il governo israeliano, con ciò, si annetteva tutta la parte orientale del tessuto urbano di Gerusalemme, nel quale è insediata anche l’antica “città storica” con i suoi santuari, escludendo qualunque altra soluzione: sia quella dell’impianto su quel tessuto, in un’area anche territorialmente modestissima, di altre capitali (quella del futuro stato palestinese, ad esempio), sia dell’impianto al suo interno di un qualche regime di sovranità territoriale (ad esempio l’internazionalizzazione di alcuni santuari sotto la tutela e la garanzia dell’Onu). Nessuno teme che il governo dello stato ebraico intacchi minimamente i diritti di culto delle altre fedi: si ritiene tuttavia grave che i santuari cristiani e musulmani siano sottoposti all’esclusiva e insindacabile sovranità di esso. 

Il parlamento statunitense, fino dal 1967, espresse avversione nei confronti delle risoluzioni Onu e si riservò il diritto di sancire lo spostamento della sua ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme: ma, di sei mesi in sei mesi, tale decisione era stata sempre rimandata. Ora, lo “strappo” di Trump ha un significato preciso e dirompente: gli Usa, che fino ad oggi gestendo il Veto a una risoluzione dell’Onu la bloccavano agendo legittimamente sul piano del diritto internazionale che accordava loro tale prerogativa, ora violano apertamente la volontà dell’Assemblea Generale dell’Onu della quale, in quanto membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, dovrebbero essere garanti. Il governo di Washington è in flagrante contraddizione con se stesso.

Ma che cosa mai potrà accadere se altri governi gli si accoderanno, decidendo a loro volta di spostare le loro ambasciate? Passi finché lo fanno i cechi o i filippini. Ma se lo facesse qualche paese dell’Unione Europea e della Nato? E il pensiero – inutile nascondersi dietro un dito – corre immediatamente alla diplomazia italiana, che già in altri casi anche recenti e recentissimi si è dimostrata, come dire, “estremamente disponibile” (vi piace l’eufemismo?) nei confronti della linea diplomatica sia statunitense, sia israeliana. Date un’occhiata a blog e a twitter: qualcuno ad esempio in àmbito renziano dove alligna qualche fan dei “falchi” americani o israeliani (e qualche manager che ci fa ricchi affari) , ha già entusiasticamente abbracciato questa per ora politicamente lontana e diplomaticamente avventuristica ipotesi. Quel che potrebbe entrare in ballo, a quel punto, sarebbe una spaccatura all’interno della compagine delle Nazioni Unite. Nel contesto di quel che sta accadendo, dal Vicino Oriente alla crisi aperta dia missili nordcoreani, un’evenienza del genere sarebbe un altro passo avanti sulla via del salto nel vuoto. Non giochiamo con queste cose: non è proprio il caso.

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